Ossigeno #10

135 capovolto la sua osservazione. Dobbiamo partire da lì, da una profonda problematica personale avvenuta in un momento difficile dal punto di vista della salute, che gli ha fatto cambiare completamente prospettiva. Invece di abbracciare una visione scientifica, quindi oggettiva, della natura, lui ha capovolto l’approccio, passando a una prospettiva soggettiva, con un’esperienza diretta delle piante, dell’insieme che non è classificabile nel tutto. Classificare tutto non coglie la completezza, l’interezza delle cose». «In questo mondo digitalizzato abbiamo una perdita di cultura, di conoscenze, e nel suo caso è successo che proprio i cinque sensi, se non di più, si sono attivati con un forte appeal soggettivo, con cui ha cominciato a sentire la natura in un altro modo. �uando lo vedevi nella natura, avevi la sensazione che lui vedesse di più. Ecco perché chiedeva e consigliava ai suoi studenti di vivere in una capanna di argilla, mangiando, dormendo, bevendo, completamente a contatto con la natura. �uesto rapporto con l’essenzialità della vita è stato il cammino da quando ha avuto questa intuizione e si è capovolta la sua conoscenza, ponendosi sul sistema opposto rispetto a quello scientifico, senza sperimentare come reagisce la realtà, ma osservando cosa succede se non facciamo questo e se non facciamo quest’altro». «In questo cammino a ritroso Fukuoka è entrato in contatto con la natura vera. È allora che ha cominciato un cammino nuovo, scoprendo cose che – compiendo il percorso della scienza – non si possono scoprire. Ci sono per esempio delle sostanze che arrivano dalle erbe che, con il solo principio di causalità, non si possono scoprire. Ci vuole un sesto senso, che è il fenotipo: quello che appare della pianta, non il genotipo». Nel libro La rivoluzione del filo di paglia, Fukuoka individua quattro principi, linee guida di come si deve intendere il lavoro dell’uomo, l’importanza del suolo e il cambio di strategia necessario. Nessuna lavorazione: la terra si lavora da sola. Arare la terra significa capovolgere l’equilibrio dello strato più fertile, capace di arricchirsi grazie ai cicli di vita delle piante e all’attività di microrganismi, lombrichi e animali. Nessun concime: il suolo conserva la sua fertilità. Il cambio di passo è non ferirlo, perché il sistema di rimedi chimico-industriali non ripristina ciò che è stato compromesso e, men che meno, ne migliora le condizioni iniziali. Nessun diserbo: garantire biodiversità significa dare spazio a sole piante che concorreranno per il benessere reciproco. Le erbacce si controllano, non si eliminano. Nessuna dipendenza da prodotti chimici: colture vigorose in un ambiente sano garantiscono il controllo sugli insetti nocivi e sui patogeni. �uesti sono divenuti un problema in agricoltura a causa delle piante deboli, generate da tecniche agricole impoverenti il suolo e dal ruolo dell’uomo che lo coltiva. «Ridurre il lavoro umano – spiega Pucci della visione di Fukuoka – e mantenere la manualità, la fisicità del contatto con la natura che lo rende sovrano». «Le macchine non sono mai perfettamente giuste e si deve il più possibile essere autonomi, indipendenti dall’industria, autarchici. In questo modo abbatti tutti i costi e le esternalità, e in quel senso ritorni alle radici dell’agricoltura. Fukuoka era fiero di riuscire a produrre prodotti molto migliori, con pochissima fatica umana, e di poterli rivendere a prezzi minori rispetto a quelli dell’industria. Lui ha accettato la gara con i prodotti industriali, vincendola». «Per mettere in pratica i suoi principi ci vuole profonda convinzione. Fukuoka seguiva la tradizione religiosa del Buddhismo Zen che un po’ ha trasferito all’agricoltura. �uesta sua prospettiva non può tradursi immediatamente in una tecnica, perché le condizioni locali sono estremamente importanti nel determinare il risultato. L’unica cosa che si può tradurre sono i criteri che ha sviluppato: ridurre al massimo il lavoro umano, mantenere il lavoro manuale, rispettare la natura delle piante, fare una vendita il più possibile diretta, dove si conferiscono i propri prodotti in modo da avvicinare il più possibile chi mangia con chi lavora la terra». L’impoverimento del terreno è una deriva appurata, e se nei primi anni del 2000 la FAO opinò le pratiche di Fukuoka, ora che l’agricoltura industriale ha svelato il peso della sua impronta sul suolo, i concetti del non-fare sono in larga scala riconosciuti nelle agricolture moderne, che fanno della biodiversità la formula per rese simili a quelle dipendenti da chimica e macchinari, e più salutari per l’ambiente e gli esseri viventi. Coltivazioni a staffetta, colture di copertura e biodiversità delle piante hanno dimostrato la capacità di fare a meno di pesticidi e fertilizzanti, in un ecosistema in naturale equilibrio.

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