32 etica di tramite, di allerta, di richiamo. Attraverso la potenza immaginifica del simbolo, strumento principe dell’arte e che agisce come nel linguaggio la metafora, l’arte sa scuotere e risvegliare, e la pelle, tornasole del mondo sul corpo, è da sempre simbolo dell’arte e dei diritti umani. La pelle livida dipinta da Lucian Freud, e quella stravolta di Francis Bacon. La pelle redenta di Berlinde de Bruyckere, e quella sospesa di Milena Altini. La pelle dei vinti, raccontata da Curzio Malaparte (La pelle, 1943) come la nostra vera patria perché, se i diritti tacciono, la pelle è il nostro unico riparo. L’uomo che vendette la sua pelle, della regista tunisina Kaouther Ben Hania, racconta la storia di un rifugiato siriano che, per ritrovare la sua compagna in Europa, decide di farsi tatuare sulla schiena un visto Schengen e diventare «una merce, una tela, così ora posso viaggiare in tutto il mondo perché, nei tempi in cui viviamo, la circolazione delle merci è molto più libera della circolazione degli esseri umani». Dichiaratamente ispirato alla vera pelle di Tim Steiner, tatuata nel 2006 dall’artista Wim Delvoye e già venduta per 150 mila euro alla Collezione Reinking di Amburgo, che ne farà esibizione alla sua morte, il film offre un terreno fertile di riflessione sui diritti presenti in Dichiarazione – il diritto di libertà di movimento, il diritto di asilo, la libertà di espressione, il diritto d’autore, il diritto all’uguaglianza – e inegualmente garantiti, a seconda della porzione di mondo all’interno della quale, per fortuna o proprio malgrado, si nasce. Dalla vera pelle di Tim alla finta pelle di Sam, l’arte potenzia la riflessione in tema di corpo e diritti umani attraverso il senso di progetti come Made in Italy© - Handle with care (2015) di Mustafa Sabbagh – 27 ritratti di giovani uomini in riva al mare, luogo per antonomasia preposto al traffico delle merci e degli uomini, vulnerabili nel loro corpo, nella loro pelle e nel loro essere esposti come prodotti di cui si illustrano, con linguaggio commerciale, caratteristiche tecniche, origine, tipologia – o come Useless Bodies?, mostra alla Fondazione Prada del duo scandinavo Elmgreen & Dragset, che si interroga sull’effettivo ruolo dei nostri corpi nel XXI secolo: corpi bianchi abbacinanti come se fossero esanimi, ma ipertecnologici, declassati ad archivi di dati utili da vendere e rivendere alle Big Tech. Nell’arte, il lavoro di una vita si chiama corpo. Laddove sente che un diritto è assente o viene calpestato, l’arte è il corpo e l’anticorpo. Gli stessi diritti umani sono un corpo, da accudire, da difendere. C’è una precisa parola che, oggi, si usa per definire l’azione dell’arte in difesa dei diritti umani: quella parola è artivismo. Coniata alla fine degli anni Novanta negli Stati Uniti, storico rifugio per gli esuli dell’arte vessati dai regimi di ogni latitudine, artivisti sono definiti gli artisti che, soprattutto in quel periodo dal Sudamerica, fanno arte sulla propria pelle, nella protesta, nella denuncia, chiamando visceralmente in causa il loro corpo, la loro storia, le loro visioni. Artisti capaci, in definitiva, di rendere opera d’arte la loro stessa vita, perché la loro vocazione, quando è sincera, non può che essere quella di una autentica chiamata alle armi arti: «Seppure involontariamente, noi artisti siamo impegnati. Non è la lotta a renderci artisti, ma è l'arte che ci costringe a essere combattenti. Per la sua stessa funzione l'artista è il testimone della libertà, e questa è una motivazione che si ritrova a pagare cara. Per la sua stessa funzione egli è impegnato nelle profondità più inestricabili della storia, là dove soffoca la carne stessa dell'uomo» (Albert Camus, L’uomo in rivolta, 1951). Capite allora che non è semplice. Capite che non basta fotografarsi sdraiati faccia a terra sulla spiaggia di Lesbo, perché quando si sente puzza di scorciatoia di fronte a un impegno enorme come quello dell’arte, da grande artista dissidente a borioso artista sedicente è un attimo. Capite che non basta curare l’ennesima mostra a tema cambiamenti climatici se poi, all’onnipresente rinfresco post-evento, è tutto un trionfo di bottigliette e bicchieri di plastica. Capite che non serve affastellare una collezione d’arte, e battezzarla in pompa magna in nome della salvaguardia dei diritti umani, pretendendo da artisti che vivono unicamente della loro arte di ottenere le opere in comodato gratuito. Capite che sbavarsi il rossetto sulla faccia, giusto il tempo di quei famosi quindici minuti di celebrità, non farà di te un artista dalla squisita sensibilità egualitaria. Il peccato originale sta nel credere che la misura dell’impegno di un’opera d’arte possa essere calcolata sulla base di un impatto emotivo istantaneo e rivolto alla sola pancia. Che l’ispirazione possa con disinvoltura essere desunta dalla cronaca del giorno. Che l’impegno stia più nel titolo che non nella forza dell’opera. E che ritrarre manieristicamente una mancanza umana, sociale o politica possa essere sufficiente a dichiararsi artisti, o in preda al delirio artivisti. A dirla tutta, la stessa parola “artivismo” mi procura un principio di orticaria, perché una critica scarsamente autocritica cade sempre vittima delle stesse trappole: in questo caso, della trappola data dalla smania di definizione, dell’iper-battesimo neologista, dal momento che – come magistralmente descritto da Camus nel precedente passo – se è arte, è già per sua stessa natura un potentissimo impegno, e servirsi dei diritti umani come pretesto acchiappalike significa stuprarli, e stuprare l’arte stessa.
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