33 A mio parere, è molto più artivista – o meglio, artistica e dunque impegnata – la Giuditta che decapita Oloferne (1612-13) di Artemisia Gentileschi, dell’ennesima distesa di scarpe rosse in luoghi improbabili del contemporaneo; è molto più artivista – o meglio, artistica e dunque impegnata – l'Estasi della Beata Ludovica Albertoni (1674) di Gian Lorenzo Bernini dell’ennesimo sedicente performer che, per il solo fatto di denudarsi, si autoproclama rivoluzionario di fronte a una platea elegantemente annoiata e in cerca dell’ennesimo drink (in plastica). Da capricciosi della libertà, e da semi-analfabeti figurativi, spesso trascuriamo di leggere il contesto all’interno del quale prende corpo un capolavoro, che è tale perché supera il proprio tempo e si rende eterno nei secoli a venire, perché ha valicato la contingenza del suo presente e ha deciso di mettersi a rischio, non fosse altro che per la difesa di una libertà – la libertà di espressione, art. 19 della Dichiarazione dei Diritti, e baluardo dell’arte e della cultura – che, al suo tempo, reclamava aiuto per il suo stesso corpo. Potete immaginarlo? [attenzione: quello che segue è frutto dell’immaginazione] Dal carteggio personale del segretario dell’Ambasciatore del Regno di Spagna in Roma Illustrissimo et reverendissimo Signore, �uesto concetto di cui tanto si parla qui in Roma, passa di bocca in bocca, ma sempre è sussurrato. La chiamano “libertà”. I pintori ci intingono il pennello, li scrittori la penna, mentre scultori et architetti ci tagliano la pietra, perché sembra essere fatto della lega più dura. S’io potessi vi direi che è cosa da nulla, un capriccio dell’artista, una moda dell’intellettuale, ma così non posso. È piuttosto un morbo che non s’ha modo di contenere, perché non v’è cura e non v’è confino che valgano. Coloro che ne soffrono, ardono per esso più di quanto ci si aspetti, e sono pronti a imbracciare le fiamme del rogo, piuttosto che a farsene curare. Dissimulatori per natura sono gli artisti di questa corte papale. Si prenda ad esempio il Cavalier Bernini. Delle opere di questo artista tanti hanno sollevato obiezioni, da quando appena aveva cominciato a farsi conoscere pe’ i sui meriti. Ancora molti qui a Roma, a dirne del vero, pensano che alcune manchino assai di decoro, in particolar dico quelle che si vedono ne’ luoghi sacri, ma la verità è già stata scoperta dal tempo, e noi tutti siamo completamente rapiti da questa oscenità, chiamata “libertà del creare”. Ridiamo delle teste caricate che il Cavaliere traccia velocemente nei sui taccuini, e ridono pur i cardinali che ne son ritratti. Fingiam di censurare le carni morbide delle femmine che egli cava dai marmi, sentiamo di dover rimproverare le eccentricità delle sue architetture e così a dire, ma a far onore al vero la ricerchiamo, questa libertà, e mai ne possiamo fare a meno. Io dico che è troppo tardi, io dico che ormai nulla possono più le censure, l’ammende, le reprimende e le prigioni. Illustrissimo et reverendissimo Signore et Padrone mio, io vi dico con colpa e inconfessabile delizia che siamo ormai, noi tutti, persi e perduti. di Roma, 23 Gennaio 1640 Nulla ci vieta di pensare che possa davvero essere andata così, per quanto queste righe non siano che un volo pindarico, giocate nel tentativo di trasmettere la rilevanza di un atto artistico che, calato nel suo contesto e in termini di raggiungimento dei diritti umani, ebbe davvero del rivoluzionario. Il cammino verso la conquista delle libertà e dei diritti sanciti nella Dichiarazione del 1948 ha dunque potuto avanzare anche grazie al contributo dell’allora scandaloso Gian Lorenzo Bernini, e di tanti altri artisti scandalosamente illuminati come lui che, attraverso la propria arte, seppero spostare in avanti l’asticella fragile delle libertà, in virtù della loro stessa capacità di immaginare, di prevedere, di creare, di rischiare, rimanendo sempre fedeli a loro stessi e all’arte, quella vera. La discriminante non sta allora nel definirsi, più o meno gratuitamente, artivisti, né tantomeno stai facendo la storia dei diritti umani lanciando l’ennesima mostra tronfiamente titolata Lo sguardo delle donne, buttandoci dentro qualsiasi cosa purché provenga da una detentrice di vagina e trattando la questione di genere come si trattano le famigerate quote rosa, o i panda allo zoo. La forza dell’arte, e la sua capacità dirompente e potentissima di entrare nel dibattito e permettere al pensiero in tema di diritti di avanzare, non può che essere nell’arte stessa, e non nei personalismi, non negli hashtags, o peggio ancora nelle operazioni di marketing studiate a tavolino per mantenere lo status quo di un sistema francamente logoro: «Oggi, la moltiplicazione esponenziale di mostre e biennali che sfruttano temi come l’ecologia, il genere e la questione razziale quale vetrina dell’emancipazione liberale va letta nei termini di un processo di art-washing che tende solo a riaffermare l’arte come sistema autocratico del capitale, funzionale alla riproduzione delle gerarchie sociali e al mantenimento dell’ordine» (Marco Scotini, in Cos’è la curatela oggi, Artribune, 03 01 2022). Nel contributo dell’arte
RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=