Ossigeno #10

34 ai diritti umani, non si tratta in definitiva di cavalcare emergenze umanitarie, quanto di saperle prevedere, di scandalizzare laddove lo scandalo non sia provocazione fine a se stessa, ma serva a fare luce ovunque si sia costretti al silenzio, consci che «Là dove c’è il buio, sonnecchia sempre un miracolo» (Georgi Gospodinov, Cronorifugio, 2021), se solo lo si sa immaginare. E non può essere calata dall’alto, e non può essere permeata dal tanfo stantio del paternalismo: per poter mettere in discussione preconcetti stanchi, l’arte la devono fare gli artisti. «Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione», scrisse nella sua autobiografia la saggista anarchica Emma Goldman. �uando, nel 1968, il MET - Metropolitan Museum di New York decise di curare una graziosissima e bianchissima mostra sull’arte afroamericana intitolata Harlem on my mind, come se stessimo parlando di un lontano ricordo e non di una realtà viva e bruciante, la protesta divampò per l’incapacità di rappresentare degnamente un’umanità che chiedeva innanzitutto rispetto e competenza. Otto anni dopo, al LACMA - Los Angeles County Museum of Art, David Driskell curò Two centuries of African American Art, e improvvisamente il mondo si rese conto che gli afroamericani erano detentori di un importantissimo lignaggio nelle arti visive. �uasi in parallelo, nel 1977, all’interno dello shopping center del municipio di Los Angeles, l’artista Suzanne Lacy diede vita alla performance Three Weeks in May, recandosi quotidianamente al commissariato centrale di polizia per conoscere il numero e la posizione degli stupri avvenuti in città durante il giorno precedente. Per ognuno di essi, un rosso e definitivo RAPE (trad. stupro) veniva marchiato a timbro dall’artista in corrispondenza del luogo del crimine, su una grande mappa della città affissa nello shopping center, accompagnato da altri nove RAPE meno carichi di inchiostro la cui presenza era legittimata dalle statistiche del tempo: in quegli anni, infatti, lo stupro all’interno delle mura domestiche non era passibile di punizione, e solo uno su dieci veniva denunciato dalla vittima. Nel corso di quelle tre settimane di maggio, la mappa divenne inesorabilmente rossa. A distanza di poco tempo, la violenza domestica nella contea di Los Angeles divenne finalmente reato. «Bellezza come salvezza. Conseguenza: pulire la bellezza dall’edonismo – e la salvezza dal bigottismo». (Lalla Romano, Nei mari estremi, 1987) La bellezza è l’arte, esperienza estetica che, in quanto salvezza, racchiude l’etica, dunque i diritti; e non è sterile edonismo, anestetica cosmetica, inutile decoro. Il che significa che la bellezza, quando non è gravata dal bigottismo, contempla anche l’estetica del perturbante, del diverso, del disagio, dell’Altro da sé. È la materia dell’arte da Egon Schiele in poi, corroborata dalla Teoria Estetica (1970) di Theodor Adorno secondo il quale, dopo la barbarie di Auschwitz, è più che mai urgente che la funzione dell’arte passi dalla contemplazione alla riflessione, attraverso due momenti dinamici fondamentali: la rottura e l’irruzione dell’Altro. Solo così l’arte potrà salvare. Solo accogliendo l’Altro ci potremo salvare. Per quanto la grande arte contemporanea non sia preposta a dare risposte, bensì a sollevare domande laddove per molti è più comodo non interrogarsi, il suo esempio, in questo senso e traslato nel campo dei diritti umani, è enorme. «Credo nella forza della bellezza. Secondo me, la bellezza si basa sulla convergenza di un pensiero estetico e di un principio etico. Per questo motivo, credo ancora che l’arte possa cambiare una società. Credo ancora che una buona mostra o una buona pièce teatrale possano curare le piaghe nella mente di uno spettatore. Credo ancora, in qualità di artista, che si possano svegliare il corpo e la mente degli spettatori. Perciò sento in primo luogo il bisogno di guardarmi dentro, di capire cosa rappresento per la società, cosa significa essere umani per la società, dove ci si colloca in quanto umani, mediante il lavoro, il pensiero, le tracce che si lasciano con l’arte visiva o la scrittura. E ovviamente il passo successivo è che alcune opere vogliono comunicare, altre rifiutano di comunicare, perché persino il rifiuto di comunicare di alcune opere rappresenta una decisione storica, parla di una presa di posizione storica. Forse alcune opere non vogliono comunicare perché non desiderano essere incluse nella società dello spettacolo. Per “spettacolo”, intendo lo spettacolo dell’economia, del commercio, dell’inflazione dell’immagine e della cultura, ma un artista deve essere come Prometeo, che ruba il fuoco fonte di vita, lo ruba agli dei per darlo agli uomini e renderli capaci di creare la propria vita», scrive l’artista e dramaturg contemporaneo Jan Fabre (in Parallelo42_08 Pensiero, 2008). Abbiamo bisogno di eroi, adesso!, era l’invocazione che squarciava ripetutamente la scena del suo Prometheus Landscape (2011). Il bisogno attuale, famelico, di eroi risponde probabilmente a un cammino dell’uomo che procede di pari passo con il cammino della scienza e della tecnologia, che satura la nostra immaginazione

RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=