Ossigeno #10

35 al punto tale che, come in ogni parabola del vizio, non abbiamo bisogno di niente, quindi abbiamo bisogno di tutto. Mentre nel sud del mondo i diritti umani combaciano sostanzialmente con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dall’Agenda ONU 2030 – tra i quali il diritto all’acqua, alla terra, alla salute, la lotta alla fame e alla povertà – da questa parte del mondo, sazi e insoddisfatti, si discute dell’opportunità di promulgazione di una quarta generazione di diritti, consequenziali a nuovi bisogni che irrompono nel contemporaneo e che sono per lo più indotti dalla nostra condizione, abbracciando le parole di Marcuse, di uomini a una dimensione: quella di consumatori. Ma la Dichiarazione dei Diritti Umani non può ridursi al, pur legittimo, Codice del Consumo. L’eroismo non va a consumo. La dignità dei corpi non è in commercio. Recuperando una frase entrata nella storia in tema di diritti – e, nello specifico, del diritto al lavoro e alla parificazione di genere – associata a uno striscione affisso durante lo sciopero delle lavoratrici tessili di quattro fabbriche a Lawrence, Massachusetts, nel 1912: Vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose. Panem et rosas. Ancora una volta la forza del simbolo, che è il nutrimento dell’arte. E c’è un altro simbolo, che si è fatto bandiera dello stato libero dei diritti umani, al di sotto del quale cercano riparo il corpo, che chiede libertà di autodeterminazione, e i corpi, che chiedono una volta per tutte pace. Un simbolo di cui si parla sia nella Bibbia, che nei manuali di fisica, che in quelli di storia dell’arte, la cui rappresentazione figurativa compare per la prima volta nei codici miniati medievali per giungere, immaginifica, al 1978 – anno in cui l’artista Gilbert Baker, in occasione della marcia del Gay Pride a San Francisco, lo consegna alla storia dei diritti umani, creando la prima Bandiera Arcobaleno. In questo arco di tempo, a raffigurare questo arco di luce rifratta, c’è tutta la storia dell’arte: simbolo di alleanza tra Dio e ogni essere vivente di ogni carne (Genesi 9: 12-15) per l’arte cristiana, e allegoria di giustizia con Cristo circoscritto al suo interno durante il Giudizio; emblema di pace, e nello specifico di quella tra cattolici e protestanti, nella Allegoria di Caterina de’ Medici come Giunone di Léonard Limosin (1573), dove è un arcobaleno a trainare il carro trionfale della regina madre di Francia, promotrice della Pace di Saint Germain; sorgente dell’arte stessa per Angelika Kauffmann (Colore, 1780); metafora della stra/ordinaria bellezza della natura nel Romanticismo; senso profondo del Sublime come Delightful Horror (Edmund Burke, Indagine sull'origine delle nostre idee di sublime e di bello, 1757), la cui ricerca è costante per l’uomo in tensione verso l’Assoluto, nello Shaker rainbow (1998) di Wolfgang Tillmans, artista il cui impegno nella salvaguardia dei diritti umani parla la lingua universale di una fotografia asciutta, inquieta e coltissima, spesso amplificata attraverso i potenti dialoghi dei suoi dittici, dove l’inconsueta bellezza della luce rifratta di un doppio arcobaleno scuote uno scorcio talmente consueto da apparire presagistico; fino ad oggi, giorno in cui possiamo ritrovare un arcobaleno permanente alle coordinate 56°09'14.2"N 10°11'58.7"E. È lì, infatti, che nel 2011 Ólafur Elíasson – artista contemporaneo da sempre attento agli effetti dei comportamenti umani sull’equilibrio naturale, che come un demiurgo crea incantevoli installazioni ambientali unendo l’arte alla scienza – ha coronato l’ARoS - Aarhus Kunstmuseum ad Aarhus, in Danimarca, con Your Rainbow Panorama, una galleria sospesa in vetro circolare percorribile in ognuno dei suoi 150 metri, il cui obiettivo è quello di azzerare percettivamente la separazione tra interno ed esterno, in un cielo dai colori dell’arcobaleno rarefatto e psichedelico. Distinguibile da grande distanza, l’installazione serve inoltre da orientamento e da faro, per coloro che la guardano da fuori. Orientamento e faro, come con i modelli di vita. Nell’estate 2021 la UEFA ha rigettato la richiesta di illuminare lo stadio Allianz Arena di Monaco con i colori dell’arcobaleno, durante la partita di coppa Germania - Ungheria, adducendo la motivazione che il gesto sarebbe stato letto come una deliberata critica contro la legislazione omofoba vigente in Ungheria. Risposta: sì, lo era. Sì, l’arcobaleno è diventato un simbolo politico, tanto quanto l’arte stessa lo è. E sì, ne abbiamo un assoluto bisogno. Immersi come siamo nell’era del dominio delle immagini, della saturazione di segni ( = inquinamento semiotico) e della privazione di sogni ( = anestesia dell’immaginario), abbiamo bisogno di immagini e di simboli che siano carichi di significato, che possano essere orientamento e faro come lo possono i gesti, come può esserlo anche solo il vestirsi liberi dal temere, ancora oggi, un’aggressione. Nella difesa dei diritti umani, abbiamo bisogno dei simboli. Ne abbiamo sempre avuto. [attenzione: quello che segue è frutto dell’immaginazione] Mia cara Eloise, mancano trenta minuti alla mezzanotte, e fuori c’è la Rivoluzione. Per la Libertà e l’Uguaglianza, dicono. �ui in Rue de la Mortellerie hanno eretto le barricate, il fumo dei colpi esplosi è ancora sospeso nell’aria e il selciato è divelto e macchiato dal sangue dei rivoltosi. Io, come altri, abbiamo assistito agli scontri dalle finestre. Anche se la tua assenza mi rassicura che non ti accadrà nulla, mi pesa nondimeno. Ma ieri, da quelle stesse finestre, ho visto l’arcobaleno. Allora ho aperto l’armadio e ho cominciato a tirare fuori le tue cose. Ho messo il tuo abito di

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