Ossigeno #10

36 mussola grigia che spesso indossi in giornate calde come questa, quando andiamo a passeggiare, e sul cappello ho appuntato la coccarda tricolore. Con un velo ho coperto il volto, e le mani con i guanti in satin. Ho sceso le scale al buio ed esitato davanti al portone, che però era già semiaperto. Lentamente, un passo di fronte all’altro, sono poi uscito. Non c’era nessuno. La strada era disastrata. Ho camminato per pochi metri in direzione della Confiserie e mi son fermato al centro della strada. Un respiro profondo, mi son girato, e son tornato sui miei passi. Ora sono di nuovo qui, seduto allo scrittoio, e guardo il tuo vestito che ho messo sul letto. C’è una macchia di sangue sull’orlo della gonna, ma non mi intristisce affatto perchè penso che un giorno so che da oggi finalmente sono libero. Ieri ho visto l’arcobaleno, e ho capito che la nostra libertà siamo noi. Con affetto, il tuo Pierre. Parigi, adì (illeggibile), 1789 Sono passati più di due secoli da questa missiva non reale, ma ancora così reale. Restiamo a Parigi. È il 2001. L’UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, riunita nella sua trentunesima sessione, approva all’unanimità la Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale come patrimonio comune dell’umanità. Nell’articolo 1 vi si legge: «La cultura assume forme diverse attraverso il tempo e lo spazio. �uesta diversità si incarna nell’unicità e nella pluralità delle identità dei gruppi e delle società che costituiscono l’umanità. Come fonte di scambio, innovazione e creatività, la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura». E l’articolo 2 puntualizza: « […] Il pluralismo culturale dà espressione politica alla realtà della diversità culturale. Indissociabile da un quadro democratico, il pluralismo culturale favorisce lo scambio culturale e lo sviluppo delle capacità creative che sostengono la vita pubblica». Dalla diversità al pluralismo alberga lo spazio che si consuma tra il reale e l’ideale, tra come è e come dovrebbe essere. Dalla diversità al pluralismo stagna la distanza, ancora troppo vasta, che separa la tolleranza dall’accoglienza. E non si tratta solo di una sottile diversità di atteggiamento. Dio non è solo da pregare battendosi il petto, Dio è da accogliere. Ancora una volta, l’enorme importanza dell’arte in tema di diritti umani vive nel suo essere linguaggio universale, capace sia di mettere in contatto culture lontane tra loro, che di rivendicare identità dimenticate o, peggio ancora, deliberatamente cancellate. È per questo che l’arte ha spesso dato voce a chi è stato costretto, nel forzato silenzio, a lasciare il proprio paese per vedere rispettati i propri diritti di essere umano. La differenza tra tolleranza e accoglienza sta nel saper tendere la mano, per primi, e incondizionatamente. In Where we come from (2001-2003), l’artista palestinese Emily Jacir, titolare di passaporto americano, non fa che porre una semplice domanda a palestinesi come lei, che vivono in città lontane nel mondo come lei ma che, a differenza di lei, non possono più tornare in Palestina: Se potessi fare qualcosa per te, ovunque in Palestina, quale sarebbe? Entriamo nella sua silenziosa installazione in punta di piedi, la vediamo attraversare confini fisici e psicologici per conto di altri, per conto di altri compiere azioni piccole eppure, evidentemente, immense – mangiare un piatto tradizionale in un dato luogo, portare fiori su una tomba, pagare una bolletta – non sempre riuscendoci, ma sempre riportando la storia di ognuna delle persone coinvolte, per connettersi a loro, per riconnetterli tra loro, per connetterci a loro. Il lavoro dell'artista danese Danh Vō, di origine vietnamita, unisce i temi del capitalismo, del colonialismo e della religione a un’indagine sull’effettivo stato dell’arte dei diritti umani universali, legandoli a intime narrazioni personali − quelle che lui chiama le minuscole diaspore della vita di una persona. Nel 1979, quando aveva quattro anni, la sua famiglia fuggì dal Vietnam su un’imbarcazione di fortuna e venne tratta in salvo da una nave danese. Vō Rosasco Rasmussen (2002 – in corso) è un progetto che documenta i matrimoni di Danh Vō; un progetto avviato con il matrimonio con due suoi cari amici, prima con Mia Rosasco, poi con Mads Rasmussen. Un progetto che prosegue tuttora, in cui Danh Vō continua a scegliere di unirsi in matrimonio – e, quasi immediatamente, di divorziare – con persone prive di permesso di soggiorno, segnalategli dalla sua famiglia o dai suoi amici, aiutandole e al contempo mettendo in relazione temi come colonialismo e migrazione alla sua stessa identità di migrante, di gay, di umano. L'unico residuo di questi eventi è l'estensione permanente sui suoi documenti del suo nome legale, prima definizione di una persona, sintomatico di quanto la burocrazia possa incidere sull’autodeterminazione di un individuo, inducendo spesso a conformarsi piuttosto che a esercitare un sacrosanto diritto di scelta. «Un giorno Pia Klemp, attivista antifascista per i diritti umani e animali e comandante di navi in missione umanitaria, ha ricevuto la seguente email: Ciao Pia, ho letto la tua storia sui giornali. Sembri un tipo cazzuto. Sono un artista inglese, e ho fatto qualche opera sulla crisi dei migranti, e ovviamente non posso tenermi i soldi. Potresti usarli tu per comprare una nuova nave, o qualcosa del genere? Ottimo lavoro, comunque. Grazie. Banksy. Nonostante l’apparenza, non era uno scherzo: e oggi la barca esiste, ed è operativa. E la sua intitolazione a Louise Michel (1830-1905), straordinaria figura di anarchica francese

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