Ossigeno #10

37 che spese una vita intera per il diritto all’istruzione delle donne, senza mai piegarsi al dominio maschile, dà un’idea del grado di consapevolezza culturale dell’operazione. La lettera di Banksy a Pia Klemp dovrebbe figurare in qualsiasi antologia di letteratura artistica del XXI secolo. Lo snodo concettuale centrale è questo: “Ho fatto opere sui migranti, e ovviamente non posso tenere quei soldi. �uindi li devo investire per i migranti”. In moltissimi murali disseminati in tutto il mondo Banksy ha rappresentato l’umanità dei migranti, la loro sete di giustizia, la loro persecuzione. Lo scopo di queste opere è profondamente politico: servono a non far dormire le brave persone che sono convinte di vivere in Stati democratici e di diritto. […] Così oggi chi vuol vedere, in questo scorcio d’estate, un’opera d’arte vera – in profonda comunione con il mare, con la natura umana e con la Politica con la P maiuscola –, può cercare, nei porti dell’Italia del Sud, la Louise Michel. Trovandola, potrebbe capitargli perfino di ritrovare se stesso» (Tomaso Montanari, L’arte e la storia sono politica: Banksy e la nave per i migranti, emergenzacultura.org, 31 08 2020). I più scaltri mi diranno che sono soltanto performance. E io risponderò che stavolta, di fronte alla difesa dei corpi, mi interessa il risultato finale dell’atto più che dell’opera. Al di là dei 30 diritti sanciti in Dichiarazione, anche essere incoerenti, a volte, è un diritto. trentunesimo articolo (o del diritto alla speranza) diritto al corpo diritto alla cura diritto all’autodeterminazione diritto all’imperfezione diritto al viaggio diritto alla scelta diritto alla fluidità diritto alla mescolanza diritto alla sfumatura diritto al verde diritto al mare diritto all’est/etica diritto all’eleganza (non solo di stoffe) pursuit of happiness diritto alla gentilezza diritto all’umanità diritto al fallimento diritto al dubbio diritto al tempo diritto all’età diritto alla fine diritto alla leggerezza diritto all’eroismo (ordinario e straordinario) diritto alla resistenza diritto al futuro diritto alla storia diritto alla memoria diritto alla vetustà diritto al fuorimoda diritto all’invisibilità diritto alla quiete diritto alla lentezza diritto alla concentrazione diritto all’eccentricità diritto al Terzo Paesaggio diritto alla comprensione diritto alla riflessione diritto al rovescio diritto al rispetto diritto al dissenso diritto al senso diritto al nonsense diritto al cambiamento diritto all’incoerenza diritto all’immaginazione diritto all’arte. Comincia qui, con questa prima panoramica vista mare che è sempre speranza, un percorso di riflessione di Ossigeno sull’intima relazione tra diritti umani e arte contemporanea, tra il corpo e il riparo, profondamente convinti che l’arte e la cultura, unite allo sviluppo del pensiero critico, possano salvare. Che esse siano, ancora e sempre, il più sicuro riparo del corpo, e la più grande linea di difesa dell’umanità. Caro anonimo, – così mi permetto di chiamarti, non sapendo chi sarai quando verrai al mondo – l’anno è il 2022, e sono in missione per te. Tira aria di guerra sul fronte orientale, e aria di pestilenza ovunque nel mondo; mi scuserai, quindi, se al momento non mi propongo come modello di ottimismo. Ma una via d’uscita c’è, c’è sempre, se solo la si sa immaginare. L’immaginazione, quando è accompagnata da una lucida capacità di analisi, è sempre salvezza. Mentre ti scrivo, mi arriva notizia delle parole con cui artisti russi hanno comunicato la loro rinuncia alla partecipazione alla prossima Biennale d’Arte Contemporanea, in quel simbolo di resistenza che è sempre stato la città di Venezia. Per protesta, dicono. Per impegno civile, rispondono. «Non c’è posto per l’arte, quando i civili muoiono sotto il fuoco dei missili», dicono. Desidero con forza dissentire: il posto dell’arte è proprio lì, in trincea. Il posto dell’arte è nell’avamposto di difesa. Il posto dell’arte è nel rifugio dalle atrocità della guerra e dei soprusi, dal silenzio forzato dei diritti umani, e non è rispondendo al silenzio col silenzio che potremo dirci al riparo. L’arte ha il compito di scuoterci con tutta la forza di cui è capace, per chiedere che ogni orrore possa tacere. Nella costante ansia di individuazione di un nemico usa-e-getta, da sostituire rapidamente a seconda di una x ipocrita contingenza, oggi è tutto ciò che è sovietico a essere nel mirino – è di poche ore fa la notizia che a Milano hanno tentato di cancellare un corso di letteratura su Dostoevskij – ma non è mai cancellando la cultura che l’umanità potrà dirsi salva, anzi. La bellezza salverà il mondo, solo se il mondo sarà capace di salvare la bellezza. C’è, a Berlino, città che ha deciso di fare i conti con il proprio gravoso passato, un museo – l’Ethnologisches Museum, nell’Humboldt Forum – che, piuttosto che nasconderle nelle profondità dei magazzini come si nasconde la polvere sotto i tappeti, espone le barbarie commesse durante l’occupazione tedesca in Africa, non mancando di raccontarle in un discorso fluido che è un lucido, accurato mea culpa. È questo, quello che la cultura dovrebbe sempre fare: raccontare il male, non cancellarlo, perché è solo così che lo si potrà neutralizzare. È solo così che potremo dirci finalmente liberi, e non so immaginare cosa possa renderci liberi e consapevoli più dell’arte e della cultura. Se mai leggerai queste mie parole, vienimi a trovare. L’indirizzo è sulla busta.

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