8 Era un giorno d’estate a Firenze. Faceva decisamente caldo, e intorno all’ora di pranzo non c’erano molti turisti per le strade del centro. Nel cortile di Palazzo Strozzi c’era silenzio: il grande scivolo opera dell’artista tedesco Carsten Höller aveva qualcosa di anomalo in quello spazio, ma era accattivante, quasi irresistibile. Ci sono salito, un po’ perché era il rito che tutti dovevano fare in quei giorni nel fatidico sistema del contemporaneo, un po’ perché mi faceva sottilmente paura. La cosa più strana, però, non era il fatto di potersi infilare in un tubo trasparente per scendere in velocità da uno dei più antichi palazzi fiorentini. La cosa più strana era che, in quel silenzio torrido e irreale, prima di lanciarmi nella discesa un inserviente apparso da chissà dove mi aveva consegnato una piantina di fagiolo da tenere in mano. Perché dentro la struttura di Höller quel piccolo essere vegetale avrebbe percepito il mio stato di euforia o di preoccupazione durante la scivolata e, in qualche modo, questa reazione della mia psiche avrebbe influenzato lo sviluppo successivo della pianta. Era il 2018 e questo è stato il mio primo incontro, indiretto, con Stefano Mancuso, il botanico che aveva dato vita insieme all’artista a The Florence Experiment, progetto che univa una mastodontica opera contemporanea a ricerche sulla neurobiologia vegetale. Dopo la discesa, infatti, la piantina veniva consegnata a un team di scienziati che ne analizzava i parametri fotosintetici e le molecole emesse come reazione alla discesa, confrontando i risultati con quelli di altre piante di fagiolo che erano state fatte scendere da sole, e di altre ancora che, invece, non avevano neppure affrontato la discesa. Da quell’evento, che ha avuto grande eco mediatica, Mancuso è divenuto sempre più noto al grande pubblico e nel 2019, in occasione della XXII Triennale Internazionale, lo scienziato ha portato a Milano il suo progetto La Nazione delle Piante, con l’allestimento di un vero e proprio parlamento per le specie vegetali. Nel giorno dell’opening di Broken Nature, questo era il nome del progetto curato da Paola Antonelli per la Triennale, ho parlato per la prima volta con Mancuso, che già era una star nell’ambiente. «Esiste una realtà su questo pianeta – mi disse in quell’occasione – che noi non conosciamo e che rappresenta l'interezza della vita, perché noi animali, non gli uomini, ma noi e gli animali, tutti insieme, rappresentiamo lo 0,03% in massa di tutto quello che è vivo. Le piante da sole rappresentano l’85%». Concetto chiarissimo, che è stato anche il punto da cui siamo ripartiti quando, in un mondo che sperimentava l’uscita dalla pandemia globale, ci siamo di nuovo trovati a parlare, questa volta, in ossequio ai tempi che stavamo vivendo, con la mediazione di una videoconferenza su Zoom. Io in piedi davanti al portatile alla stazione di Venezia Mestre, lui seduto con alle spalle una parete bianca – in un laboratorio, mi immaginavo, oppure in un dipartimento d’università. E tra le tante altre cose sulle quali ho provato a indirizzare la conversazione, tra un annuncio di Trenitalia e uno sgancio della connessione, ci siamo trovati inevitabilmente a parlare di etica, che quando si pensa alla botanica non è esattamente il primo concetto che viene alla mente. Invece forse dovrebbe. «É chiaro – mi ha detto – che è difficile applicare delle categorie etiche al mondo naturale, che normalmente se ne frega altamente di tutto ciò che noi intendiamo con la parola “etica”. Però, se vogliamo ricondurci entro queste categorie, ci sono aspetti di ciò che a noi uomini interessa, in materia di etica, che nelle piante sono presenti al massimo. Il primo è il rispetto dell’ambiente, che per noi sta diventando una questione cruciale, perché ne va della nostra sopravvivenza. Le piante, proprio per la loro evoluzione, proprio perché non si possono spostare da dove sono nate, hanno quello che noi chiameremmo un rispetto assoluto dell’ambiente. Una pianta non rovinerà mai l’ambiente all’interno del quale vive, perché non può spostarsi e non potrà andare a trovarsi un altro ambiente; così come non consumerà mai più risorse di quanto le potrà fornire quello stesso ambiente. Ecco, queste sono già due grandi caratteristiche che se noi uomini riuscissimo in qualche modo a fare nostre, avremmo fatto un grande passo avanti dal punto di vista dell’evoluzione etica. E poi c’è il valore assoluto che per le piante ha la comunità degli altri esseri viventi, con la quale condividono quello stesso ambiente del quale sono rispettose». Nel rileggere adesso queste parole, in una stanza d’albergo, mentre nel mondo fuori si parla del ritorno della guerra in Europa e di una nuova crisi che sembra avere preso il posto di quella della pandemia, avverto un senso di straniamento: parlare di “evoluzione etica” sembra impossibile. Se applico i due termini alla storia della Rivoluzione Industriale – l’evento chiave degli ultimi trecento anni di storia umana – o anche solo, riducendo il campo, alla diffusione capillare della tecnologia in ogni azione della nostra vita, guidata dai colossi dell’informatica globale, mi sembra che siano del tutto inconciliabili. Ma è probabile che in questo momento io stia pensando all’idea di evoluzione in termini limitati, autoreferenziali, inutilmente antropocentrici.
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