Ossigeno #10

9 «Le piante – mi ha spiegato Mancuso – hanno avuto un’evoluzione molto differente, che risponde in un certo senso a dei principi diversi rispetto a quelli degli animali. La simbiosi, il vivere insieme, la comunità o – come a me piace chiamarla in onore di Kropotkin (Pëtr A. Kropotkin, filosofo e naturalista anarchico russo vissuto tra il 1842 e il 1921, NdR) – il mutuo appoggio, è presente in sommo grado nel mondo vegetale, tanto che in un bosco le piante, che sono tutte unite sottoterra attraverso le radici, mantengono in vita anche i ceppi: il che significa che una pianta tagliata viene mantenuta in vita dalle piante vicine. Perché lo fanno? Non si possono usare categorie etiche, non lo fanno perché sono buone: la pianta mantiene in vita il ceppo perché per lei è conveniente. Con quella pianta che ora è un ceppo, le piante vicine hanno convissuto magari per duecento anni. Ora che quella pianta è stata tagliata, se la lasciano morire, chi verrà al suo posto? Un cattivo vicino per una pianta può provocare problemi molto superiori rispetto a quelli che possono capitare a noi in un condominio». Il punto forte è la diversità dell’idea di evoluzione, la prospettiva in cui ci si pone. Come se stessimo parlando di profezie che si autoavverano, oppure di codici di pensiero tra loro alieni. Ecco, magari per colpa anche di una inveterata passione per la fantascienza (una passione piena di rispetto e di consapevolezza del modo in cui un sottogenere della cultura moderna ha saputo dire cose che in un certo periodo storico non si potevano dire, se non in quel modo), ho la sensazione che quando provo a confrontare i due universi, quello umano o animale e quello vegetale, l’esito sia spesso una conversazione tra esseri di mondi diversi, ciascuno fondamentalmente alieno all’altro. Il che si traduce quasi sempre in incomunicabilità, se siamo abbastanza fortunati, oppure, se non lo siamo, in fraintendimenti che possono avere effetti devastanti. Ma se ora sto scrivendo queste parole, lo sto facendo per cercare di ribaltarla questa dannata prospettiva, da cui non posso non partire essendo – come Mancuso – un umano che, in quanto tale, sono anche libero di mettere in discussione. In certi momenti, grazie al cielo, pure con forza. «�uei comportamenti che noi chiamiamo utilitaristici – ha aggiunto il professore – sono tutto fuorché utilitaristici, al contrario. La questione è la prospettiva che si ha: se qualcuno ha la prospettiva del singolo individuo, può essere che alcuni comportamenti abbiano un valore utilitaristico molto forte, ma se hai la prospettiva della specie, nel nostro caso diremmo dell’umanità, allora i comportamenti utili sono sempre gli stessi e sono senza alcun dubbio quelli che mettono in pratica le piante». Ok. Le piante hanno capito tutto, mi sussurra a questo punto il vecchio (e talvolta pericolosissimo) senso comune, ma, caro il mio scienziato, non possiamo mettere sullo stesso piano, per così dire, intellettivo gli umani e le piante. O forse sì… «La neurobiologia nelle piante – ha replicato Mancuso – studia le capacità cognitive delle piante, quindi applica loro tutta una serie di pratiche scientifiche che finora non erano state usate. Nessuno si era mai domandato se le piante imparano, hanno memoria, comunicano, sono in grado, e fino a che punto, di percepire l’ambiente… La neurobiologia vegetale non è altro che una disciplina scientifica che guarda alle piante come esseri cognitivi. E quando si comincia ad adottare questo punto di vista, gli scenari cambiano completamente. Si vede il mondo da una prospettiva davvero diversa». In qualche modo siamo tornati alla pianta di fagiolo di Firenze, che mentre si scapicollava con me dentro una specie di giostra dell’arte contemporanea, a suo modo pensava, si emozionava, somatizzava, condivideva. Mi vengono in mente concetti che passano dall’intelligenza emotiva dei bestsellers di Daniel Goleman e arrivano fino ai complessi ragionamenti filosofici di Donna Haraway sull’ibridazione, passando pure per qualche suggestione del transumanesimo. Ma probabilmente il punto chiave è proprio la parola “intelligenza” e i modi in cui noi decidiamo di intenderla (o di non intenderla, o ancora di sintetizzarla). «Se noi diciamo che l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, come io penso che si debba definirla – ha concluso Stefano Mancuso – è chiaro che l’intelligenza è proprio una capacità della vita, come la riproduzione. Come non è possibile immaginare una vita che non si riproduce, nello stesso modo non è possibile immaginare una vita che non sia intelligente. Che poi i gradi e le differenze nelle intelligenze esistano è evidente, ma è un’altra storia. Il minimo comune denominatore che ci accomuna tutti è che siamo intelligenti». Ecco (forse) cosa univa me e la piantina; ecco (forse) il terreno comune sul quale costruire un dialogo con gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo. E, quando pensiamo alle piante, il concetto di vicinanza è evidente. Ed è probabile che una delle sfide del nostro tempo sia quello di trasformarlo in una idea più consapevole di prossimità. Stefano Mancuso (Catanzaro, 1965), scienziato di prestigio mondiale e professore all’Università di Firenze, dirige il LINV - Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale. Membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior, è ordinario dell’Accademia dei Georgofili. Nel 2010 è il primo scienziato italiano a essere invitato come speaker in un TEDGlobal: il video della conferenza, tenuta a Oxford, viene visualizzato 1,3 milioni di volte sul sito TED. Nel 2012 La Repubblica lo ha indicato tra i 20 italiani destinati a cambiarci la vita, e nel 2013 il New Yorker lo ha inserito nella classifica dei World Changers. Con la sua start-up universitaria PNAT ha brevettato Jellyfish Barge, il modulo galleggiante per coltivare ortaggi e fiori completamente autonomo dal punto di vista di suolo, acqua ed energia, che si è aggiudicato l’International Award per le idee innovative e le tecnologie per l’agribusiness dell’UNIDO - United Nations Industrial Development Organization. Dal 2016 è advisor del governo cileno sui temi dell’innovazione. Con i Deproducer ha ideato lo spettacolo teatrale/musicale Botanica. Nel 2013 pubblica il pluripremiato bestseller Verde brillante. Nel 2018 il suo libro La Rivoluzione delle Piante vince il Premio Galileo, il più rinomato premio per la saggistica scientifica. L’Incredibile Viaggio delle Piante, La Nazione delle Piante (vincitore nel 2019 dell’Earth Prize) e La Pianta del Mondo sono stati tradotti in 27 lingue.

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