Ossigeno #11

123 proviene l’acqua imbottigliata e distribuita, ma molto semplicemente la paga a prezzi negoziati con i proprietari delle fonti, eppure riesce a offrirla gratis. �uesto la dice lunga sui costi effettivi delle bottiglie in vendita nei supermercati di tutto il mondo, ed è anche il motivo per cui FreeWater è una startup piuttosto scomoda per la concorrenza. «La ragione per cui niente del genere è stato mai fatto prima – conferma Prewitt – è che offrire acqua gratis non sarebbe nell’interesse di grandi marchi come Nestlé e gli altri. L’interesse delle grandi compagnie produttrici è piuttosto quello di offrire bottiglie d’acqua al costo di due o anche tre dollari, ovvero due o tremila volte il prezzo dell’acqua di rubinetto. E la siccità e i cambiamenti climatici rischiano di far aumentare i prezzi rendendo un bene primario come l’acqua sempre più costoso. Un bene per cui, in futuro, forse si combatteranno guerre». È da queste premesse che nasce l’impresa di FreeWater. Offrire pubblicità per un dollaro a bottiglia, prezzo che sale per gli investitori fino a un massimo di un euro e sessanta centesimi per i modelli in alluminio, con dieci centesimi di dollaro destinati a costruire pozzi o sistemi idrici nei paesi in via di sviluppo. Ma come si attrae la pubblicità che poi si ritrova sugli involucri delle bottiglie? «Di solito le persone si accorgono di noi attraverso i social media. Dietro il progetto c’è un gran lavoro del settore marketing» rivela Prewitt, che spiega: «Una volta arrivati sul nostro sito web, chi è interessato a fare pubblicità attraverso FreeWater compila un breve questionario e viene ricontattato. Cerchiamo di capire insieme quali sono gli obiettivi del cliente e, in base al budget, ragioniamo sul numero e sulla tipologia di bottiglie più adatte per raggiungere gli obiettivi prefissati. Possiamo consegnare le bottiglie al cliente, portarle in negozi, in ristoranti, in bar, oppure distribuirle noi stessi con campagne di guerrilla marketing nelle strade più trafficate di Austin. �uesta è soltanto la fase uno della startup. Presto lanceremo la fase due: i distributori automatici. Attraverso un’applicazione sul telefono chiunque, inquadrando un �R code, potrà ritirare dai nostri distributori fino a tre bottiglie di acqua gratis al giorno, dopo aver visto tre brevi video-spot». E i video delle persone che ricevono incredule, per le strade degli Stati Uniti, cartoni e bottiglie di alluminio di acqua di fonte gratis, sono diventati virali su Instagram e TikTok. Uno di questi l’ha girato proprio Albert Prewitt, totalizzando nove milioni di visualizzazioni: «Sì, si trattava semplicemente di una ragazza che faceva jogging e a cui porgevo una bottiglia per rinfrescarsi. A quel punto lei si è fermata e ha cominciato a chiederci come mai offrissimo acqua gratis. Pubblichiamo spesso video con le reazioni stupefatte della gente. Sai, quando ti offrono qualcosa per strada si tende a credere ci sia sempre un trucco da qualche parte, ma nel caso di FreeWater il trucco non è niente altro che un diverso modello di business. Così, i nostri canali social sono cresciuti vertiginosamente – ora abbiamo quasi 380 mila followers su TikTok – e questo ci aiuta molto. �uando regaliamo una bottiglia e spieghiamo che a pagare è la pubblicità sulla confezione, e che bevendola ci aiutano a donare dieci centesimi in beneficenza, rimangono semplicemente a bocca aperta». Per Cliffords, Prewitt e gli startupper di FreeWater il calcolo è semplice: «Nel mondo, ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, e quaranta milioni di persone all’anno muoiono per questo motivo. Noi vogliamo aiutare a costruire nuovi sistemi idrici in queste aree depresse. Se solo il 10% degli americani, circa trentatré milioni di persone, bevesse la nostra acqua che poi è gratis, riusciremmo a mettere fine alla crisi globale dell’acqua in pochi anni. Per farlo servono dagli otto ai dieci miliardi di dollari, ma se trentatré milioni di persone in America bevessero anche solo una volta all’anno una bottiglia della nostra acqua, riusciremmo a donare tre miliardi e mezzo di dollari in beneficenza». Sembra un discorso politico e in fondo, nella scelta della pubblicità da stampare sulle sue bottiglie, FreeWater una scelta di campo l’ha fatta. «Ad Austin – avverte Prewitt – c’è una grossa parte di popolazione senzatetto. Abbiamo organizzato in passato eventi con l’Esercito della Salvezza, e avuto come clienti organizzazioni religiose e caritatevoli il cui target, se così possiamo chiamarlo, sono proprio le persone in difficoltà». È ovvio quindi che anche la raccolta pubblicitaria diventa un discorso di opportunità per chi vuole agire in modo etico, e il fatto di essere una startup non ne modifica l’approccio. «Scegliamo convintamente imprese dalla reputazione cristallina», conferma il braccio destro di Cliffords, che puntualizza: «Non abbiamo mai pubblicizzato messaggi dalla morale dubbia o che possano comportare rischi per la salute delle persone, come i messaggi dell’industria delle armi, e ci siamo posti anche il problema della pubblicità politica. Non veicoleremo mai bugie sfacciate, o anche messaggi diffamatori, falsi o calunniosi». Mettendo da parte i politici, a contattare FreeWater sono già stati gruppi importanti come Hewlett Packard, JP Morgan e la catena di hotel Hilton. E oltreoceano? «�uesto è il bello dei social media – si illumina Prewitt – ci contattano aziende anche dall’Asia e dall’Europa. Siamo ancora una nuova startup, ma abbiamo grandi progetti, non solo per l’America. Ad esempio, ultimamente ci ha contattato Air France per il lancio di un nuovo collegamento aereo con gli Stati Uniti. Ma dall’Italia, la prima telefonata che riceviamo è la vostra».

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