50 Una metafora è capace, come da suo etimo – metafora: derivato dal greco μεταφορά [-ᾶς, ἡ] 1. trasporto 2. cambiamento 3. trasferimento – di trasportare come il mare, di evocare un altrove, come l’immaginazione. Di creare potenti icone di fronte alle quali raccogliere e raccogliersi, riflettere e riflettersi. Fondendo la mia metafora dell’arte come acqua alla sua dell’arte come specchio, ne ricavo uno specchio d’acqua, e penso che su uno specchio d’acqua vive un mito fondativo della cultura occidentale, quello di Narciso, innamoratosi fatalmente di sé guardando la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Leon Battista Alberti (De Pictura, 1435) è stato il primo a riconoscere metaforicamente in Narciso, che amò nient’altro che un’immagine, il padre dell’arte figurativa. Sull’onda dei secoli il tema dell’autoritratto è un loop della storia dell’arte. L’artista si fa tela bianca ed effettivamente specchio, della cui immagine innamorarsi e fare innamorare. Del resto, uno dei momenti spartiacque dell’attività dell’artista è quello che si chiama mostra: esibizione della propria opera e della propria visione, nuda. Ho un pensiero: quello per cui l’artista è Narciso, chino sullo specchio d’acqua di un’urgenza da condividere, e non un narciso qualsiasi, devoto a un black mirror a cristalli liquidi capace di rifletterne solo la vacuità. Tuttavia, un sistema della cultura contemporaneo annacquato dal politically correct non sa guardare al di là della superficie, non sa leggere Oscar Wilde, Jean Genet, Pier Paolo Pasolini, Carmelo Bene, non sa vedere che «Una spada riflessa nell’acqua prende figura di croce» (Giovanni Papini, Il diavolo, 1953), non mancando di mettere Narciso in croce tutte le volte che gli è data occasione. Gli domando allora – nel processo costantemente inferto a Narciso, e al Narciso-Tosatti in quanto artista – a quali parole affiderebbe la sua arringa difensiva, ma Gian Maria si dichiara innocente per non aver commesso il fatto, «perché il mio riferimento non è Narciso, ma Dorian Gray. Il ritratto è l’unico specchio capace di mostrare l’anima. E per questo il ritratto è l’unica arma che può uccidere il mostro che è dentro di noi. Io costruisco specchi che ci possano mostrare il nostro vero volto e ci facciano venire voglia di cambiare, di uccidere ciò che di noi ci risulta insopportabile. L’arte, in fondo, serve a questo: non a pacificarci, ma a incendiarci». Torno allora un tantino caparbia su Narciso, ma solo per allargare il piano dando voce alla coprotagonista del mito, l’acqua, e recupero il riferimento di Tosatti a Oscar Wilde perché, nel suo racconto Il discepolo (1894), non è solo Narciso a rispecchiarsi nell’acqua per godere della propria bellezza, ma è anche l’acqua a farlo, contemplandosi nello specchio dei suoi occhi, essa stessa divenendo Narciso. E al di là dell’appagamento da ambo le parti, «L’acqua ci ha inventato per farsi ammirare», scrive Alok Jha nel Libro dell’acqua (2016). Come dire, la bellezza va condivisa. E sono in questo totalmente d’accordo con Gian Maria: non il decoro grazioso e lobotomizzato, ma quella bellezza che fa proprio anche l’unheimliche, il perturbante, non per pacificarci, ma per incendiarci. �uella bellezza che fai fatica a sostenere. L’insostenibile sostenibilità dell’arte. È il momento di parlare con Gian Maria Tosatti di sostenibilità. Colonna portante di quella Cattedrale che è l’Agenda ONU 2030, in un mondo che abbiamo pericolosamente traghettato sull’orlo della deriva, è la ricerca della sostenibilità, unica risposta alla complessità del nostro tempo, sistematizzata da Edgar Morin nella sua transdisciplinare e fluida Teoria della Complessità. Cadono le certezze, ed è questa l’unica certezza che deve portarci a danzare, come stelle generate dal caos. Come l’acqua, che trova sempre una strada per fluire. Nella Teoria della Complessità è la cultura il tratto attraverso cui l’essere umano emerge dalla natura, sua madre, mediante un movimento che è stato disgiunzione, ma che deve necessariamente switchare in (ri)congiunzione. L’essere umano alla natura, attraverso la cultura: nell’ottica di Morin l’apporto della cultura, e dunque dell’arte, deve portare i tratti di questo urgente cambio di paradigma. Nel 2016, il saggio Systems in art making and art theory: complex networks from the ashes of Postmodernism di Philip Galanter, padre dell’arte generativa, si è occupato della definizione di un’opera d’arte complessa: un’opera che accresce la consapevolezza dello spettatore, parte attiva dell’opera, rispetto al mare di cui non siamo che un sorso. Non più un’immagine, ma un ambiente. Non più una goccia, ma un torrente. Non più un albero bensì una foresta, con le sue vitali interazioni, che prospera sulla biodiversità. Opera viva. Nel sentirmi profondamente affratellata a Gian Maria Tosatti nella guerra a etichette marcescenti, sbarazzo allora dal campo critico di queste pagine l’idea che sostenibilità nell’arte equivalga a political correctness, e accolgo la definizione che Galanter dà di arte complessa o sostenibile nel senso una sottolineatura, in parole, di ciò che l’arte fa per sua stessa natura: portare in luce un’urgenza,
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