Ossigeno #11

51 presente o prossima, attraverso una visione, quand’anche sia feroce – ed è fuor di dubbio che la Cattedrale dell’Agenda ONU 2030 sia un florilegio di urgenze, se chiediamo salvezza. Sulla traccia della metafora di questo cammino, se l’arte è acqua, il gesto artistico è rabdomanzia. «L’artista ha un ruolo – che sia morale o immorale, questo è un altro discorso. Un po’ come i profeti della tragedia e dell’epica: a volte sono amati, a volte combattuti, altre incatenati, altre ancora riescono a salvare il destino di qualcuno. L’artista è sempre un Tiresia, qualcuno che conosce non perché sia un dotto, ma perché riesce a leggere nelle vibrazioni della natura. L’arte è capace di dirci le cose un attimo prima che accadano», Tosatti ha scritto. «Nei sistemi complessi, l'imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti», Morin ha scritto, in Introduzione al pensiero complesso (1993). Dell’imprevedibilità – o meglio, di una forma di previsione non coscrivibile al metodo scientifico, ma a una più potente sensibilità – abbiamo dunque detto disegnando l’artista come Tiresia, o come un rabdomante. Vengo al paradosso: ricordo una puntata di La fabbrica del mondo, programma in onda in prima serata su Rai 3 nei primi mesi del 2022, condotto dal drammaturgo Marco Paolini e dal filosofo della biologia Telmo Pievani, dedicata proprio al diritto universale all’acqua. Ricordo il monologo di Paolini. In Italia si consumano sei milioni di metri cubi di acqua al minuto, di cui oltre il 40% si disperde a causa di una rete idrica di cinquecentomila kilometri maltenuta, «ma questo non ci colpisce, perché manca un’emozione». Giunture, guarnizioni, fori, prelievi abusivi; ma senza un’emozione, difficilmente un consiglio di amministrazione farà della manutenzione idrica una priorità. Eppure l’acqua, ormai lo sappiamo, è risorsa preziosa e non infinita. Esiste il concreto pericolo che gli appelli degli scienziati sul riscaldamento globale o sulla acidificazione degli oceani, e i Fridays for Future di una Generazione Z che mostra di avere una capacità di visione e un senso di responsabilità infinitamente maggiore dei poltronisti ammuffiti nelle stanze dei bottoni, restino rumore bianco finché il passato collettivo, i miti, l’immaginazione, e il gesto artistico, non sapranno tradurli in un’immagine potente, non sapranno immergere dati grezzi nel patrimonio culturale, per vestirli e investirli di un’emozione. Penso allora, seguendo la traccia di un recente articolo di Ludovico Pratesi sul rapporto tra arte contemporanea, Teoria della Complessità e sostenibilità, a Imitatio Christi di Roberto Cuoghi, una delle opere con cui il Padiglione Italia si è presentato alla Biennale Arte di Venezia nel 2017: una fabbrica di calchi di Cristo in croce, un cristificio in via di decomposizione in cui ti investiva il tanfo dell’umidità, in cui, come ha rilevato Pratesi: «L’artista si affida alla forza generativa del caso e del disordine della decomposizione, in grado di generare raffigurazioni iconiche che mutano nel tempo in maniera imprevedibile, creando un campo iconografico dinamico ed emergente in cui lo spettatore è immerso». E penso a Gian Maria Tosatti, alla sua storia in arte che fa leva sull’esperienza del visitatore come enzima dell’opera – piena esperienza estetica, laddove "estetica" asseconda il suo etimo di aísthesis, percezione – e penso in particolare alla sua Storia della Notte e Destino delle Comete al Padiglione Italia. Il corredo comunicativo, in quest’occasione presente, ci parla di un forum continuo per approfondire la ricerca su modelli di vita e sviluppo sostenibili, le cui riflessioni sono consultabili su www.notteecomete.it/public-program; di un’opera coerente all’impegno di sostenibilità della Biennale di Venezia, che raccoglie i dati relativi alle sue emissioni compensandole economicamente, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2030 la completa neutralità carbonica; di un esplicito riferimento all’Agenda ONU, toccando in arte tutti i temi dei diciassette obiettivi di sostenibilità tra cui non soltanto il diritto universale all’acqua – protagonista che allaga la grande piazza di carico nell’atto finale dell’opera, permettendo agli spettatori e alla stessa Venezia, città sommersa, ancora una volta di specchiarsi – ma anche quelli legati alla tutela della natura, allo sviluppo sostenibile rispetto al territorio, al ripensamento dei modelli etici di produzione, di consumo, di profitto. E al di là della comunicazione, soprattutto, c’è l’arte. Storia della Notte e Destino delle Comete è l’immersione totale in uno spazio di duemila metri quadri da percorrere in solitudine, da cui emergere emotivamente carichi. È un lavoro dalla sintassi teatrale, evocativo della struttura e della funzione della tragedia greca, il cui primo atto è dedicato all’ascesa e al declino del sogno industriale italiano – di oro e di ruggine i suoi sapienti interventi pittorici, oro come incorruttibilità e ruggine come erosiva corruzione – laddove il secondo atto, acqua increspata, oscurità e il flebile, ma ancora percepibile, brillare delle lucciole, è la deflagrazione dell’elemento catartico, purificazione dopo un cammino impervio, segno di una pace ancora possibile che riscatta il monito del 1975 di Pasolini: «Darei l’intera Montedison per una lucciola». Rieccole, le lucciole; tuttavia, occorre averne cura. In una recente intervista per Flash Art, è stato chiesto a Tosatti in cosa consistesse, nell’arte, la dimensione della speranza. Riporto testualmente le sue parole: «Per me sono le lacrime, quelle che ho raccolto dai visitatori di questo Padiglione. Da queste testimonianze ti accorgi che la partita non

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