57 osato ribellarsi a Dio. Un Lucifero da sequel rispetto alla narrazione sacra, calato in un ambiente domestico dove al primo piano l’acqua bolle in pentola e i muri lacrimano, messo in punizione per l’eternità in una camera dorata con un aerosol, un libro di Jules Verne e un taccuino dove scrivere e riscrivere il proprio errore. Un Lucifero resosi consapevole dei propri sbagli, compiuti credendo di fare del bene, che Tosatti ha tratteggiato con indulgenza e una certa forma di tenerezza, perché il male assoluto non è per lui nell’errore, ma nell’inerzia. «Non: sono un uomo caduto, ma: sono uomo, e sto cadendo», scrisse Harold Bloom riferendosi proprio a Lucifero in L’angoscia dell’influenza (1973). Mi torna in mente la frase con cui si apre e si chiude L’odio (1995) di Mathieu Kassowitz: «�uesta è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. A mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui tutto bene”. “Fino a qui tutto bene”. “Fino a qui tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». La caduta, l’errore, non hanno il carattere della definitività se abbiamo la forza di prenderne consapevolezza, e consapevolmente porvi rimedio. Lo stesso creare arte non è mai un atto innocente, né vincente. Occorre sbagliare per crescere, occorre saper vedere l’oro in un fallimento – come ammonì Pasolini o, tornando all’acqua, come fece Erasmo negli Adagia (1508): «�uando ho fatto naufragio, allora ho ben navigato». Abbiamo creduto che l’uomo fosse onnipotente. Abbiamo sbagliato. Possiamo ancora porvi rimedio. Abbiamo creduto che l’acqua fosse illimitata e il suo scorrere immutabile, e invece l’accelerazione del suo ciclo, impazzito per i nostri deliri, è causa dei fenomeni estremi che ci stanno piagando e stanno piagando il pianeta. Abbiamo sbagliato. Possiamo ancora porvi rimedio. «Ogni cosa ha dei limiti», mi dice Gian Maria. «Oggi, per la strada, ascoltavo una vecchia canzone di Capossela. Avrei voluto chiamarlo per dirgli che ha ragione. Noi artisti siamo generali di eserciti di soldatini di piombo. E poco importa che siano animati. Sono pur sempre figurine. Ma hanno presa sull’immaginazione. E così, per quella parte di noi che resta ancora innocente, quelle nostre battaglie fatte con un po’ di colore e due tratti accennati possono produrre ferite nella corazza, ferite da cui è possibile estrarre di nuovo il nostro cuore per esporlo a tutti i venti, per farlo tornare a respirare. Perché la vita ci sfugge. Ma l’arte ci viene a cercare».
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