116 Domani. Le risposte sono scritte nel suolo Stefano Santangelo Concepito e diretto dai francesi Cyril Dion e Mélanie Laurent nel 2015, il documentario Domani (Francia, 2015) è l’antidoto agli scenari apocalittici, totalizzanti e senza via d’uscita prodotti quotidianamente dai media come riflesso condizionato al suonare della campanella della crisi ambientale; input informativi che a volte hanno come unica conseguenza nello spettatore l’ansia caotica o la rassegnazione. C’è quello; e poi ci sono le reazioni positive, quelle della speranza, che ispirano al fare e al pianificare: quelle di Domani. Attraverso cinque capitoli (Agricoltura, Energia, Economia, Democrazia, Educazione) e in una sorta di versione moderna del Giro del mondo in ottanta giorni, Laurent e Dion intraprendono un viaggio che li porta, tra gli altri, in luoghi che vanno dal Regno Unito, all’India, a San Francisco, alla ricerca di alternative possibili – o meglio: alla dimostrazione che sono già qui, alcune da decenni. Parlare di futuro non è un’utopia, ma un cammino che durerà vent’anni o forse più, e che si spera non ci porterà al punto di partenza, come fu per il Phileas Fogg di Jules Verne. Forse mancante dello sviluppo di un concetto come capitolo a sé, quello della riduzione del consumo e del desiderio che lo provoca, Domani ci regala comunque degli esempi ispiratori su come economizzare l’uso del suolo in agricoltura per miniaturizzare le estensioni di terra strappata all’ecosistema naturale e aumentare la produzione per ettaro. In particolare, in Normandia, Charles e Perrine Hervé-Gruyer, agricoltori biologici, hanno avviato un progetto che va in senso contrario a quello dell’agricoltura industriale, la quale non può fare a meno di sfruttare le energie non rinnovabili e vasti appezzamenti di terreno, e che ha come conseguenza la distruzione e l’impoverimento del suolo. In otto anni la coppia ha trasformato un suolo che era al livello più basso di fertilità, un tappeto di sassi coperto da appena dieci centimetri di pessima terra, in un giardino lussureggiante, anche grazie alla rinuncia completa all’uso di macchinari alimentati da energie fossili. Un frutteto-giardino riproduce la foresta naturale, ma con protagoniste solo piante da frutto commestibili, un sistema completamente autonomo che fa a meno di irrigazioni e concimi. Con l’uso della permacultura, associando piante che come nell’ecosistema naturale vivono insieme in un sistema simbiotico, equilibrato e solo apparentemente caotico, sono arrivati a ottenere produzioni impensabili per l’agricoltura tradizionale: cinquantottomila euro, per dirlo nella lingua universale dell’economia. Un ricavato ottenuto dalla vendita di prodotti raccolti su una superficie di appena mille metri quadri, che è cioè ciò che normalmente si produce da un ettaro nell’agricoltura tradizionale da colture dello stesso tipo. Ciò che si vuole dimostrare è che se tutti applicassero l’agroecologia, e la cura del suolo che implica, la produzione duplicherebbe; e se si applicasse la permacultura, essa quadruplicherebbe.
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