117 �ueste due tecniche di coltivazione, filosofie di cura del suolo, potrebbero generare a livello globale la nascita di milioni di nuove piccole fattorie e milioni di posti di lavoro, rigenerando ecosistemi compromessi, portando maggiori guadagni per gli agricoltori e producendo cibo sano, in un manifesto del futuro possibile che suona tanto utopistico e romantico quanto è in realtà fattibile e pragmatico. Riecheggia, per chi ha familiarità in questi progetti, l’eco del nome di un antenato delle tecniche di coltivazione controcorrente, rispetto all’agricoltura intensiva del ventesimo secolo, il cui nome non viene mai citato: Rudolph Steiner, padre della antroposofia e della agricoltura biodinamica. Come nella biodinamica steineriana, lo sguardo si volge alle tecniche agricole del passato e il centro della sua filosofia è il suolo, la sua rigenerazione e la sua cura. Per chi disperasse ora in quanto vittima dell’urbanizzazione, e pensasse che il grande assente della vita metropolitana sia il suolo, c’è la soluzione Detroit. Da città che si sostentava sulla monocoltura industriale dell’automobile, è ora modello di agricoltura urbana. Dal grande corpo dell’impero industriale in dissoluzione sono nati – per mano di chi non è potuto fuggire altrove: gli indigenti – millequattrocento micro-feudi tra fattorie e orti biologici riuniti nell’associazione Keep Growing, che difende con un esercito di ventimila volontari il baluardo della sovranità alimentare della città. Per citare quello che fu l’imperatore dell’ormai tramontata età dell’oro di Detroit, Henry Ford: «Se saremo capaci di avanzare insieme, il successo verrà da sé». I combattenti di Keep Growing sanno che l’agricoltura urbana non prenderà il posto di quella tradizionale, ma contano di affiancarla a quest’ultima e produrre cibo sufficiente a sfamare metà della popolazione. Dalla riconquista del suolo attraverso l’agricoltura a quella della sovranità, il passo è breve quanto corale. Manca un punto interrogativo, forse, al titolo di questo che è senza dubbio uno dei più importanti documentari degli ultimi anni a tema crisi climatica e del modello capitalista. Un punto interrogativo che potremo togliere solo tra vent’anni, e solo se avremo capito a fondo cosa volesse dire Charles Darwin quando affermava: «Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti». Domani (Demain), 118’, 2015 Regia: Cyril Dion e Mélanie Laurent Sceneggiatura: Cyril Dion Produttore: Bruno Levy www.fermedubec.com www.detroitagriculture.net
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