Ossigeno #12

69 (NdR: anche al Brutalisten l’esperienza è fondamentale, ma ciò che la differenzia dall’esperimento è un altro tratto fondamentale. Leggo ancora dal Manifesto: «È possibile servire più piatti contemporaneamente. Colui che mangia può decidere di combinare ingredienti di diversi piatti. Invece di uno chef che impone per ogni porzione cosa dovrebbe essere combinato e in quale misura, è colui che mangia a prendere questo tipo di decisione». Ecco: al di là della comune matrice etimologica, esperimento ed esperienza si differenziano per il loro diverso grado di libertà) Un’esperienza che Höller allestisce secondo un rigoroso sistema sincronico: osservazione / interpretazione / interazione, sviluppate tra l’opera e chi la fruisce. Penso soprattutto alle imponenti installazioni collocate in spazi aperti: scivoli mastodontici come The Slide (2016) presso l'ArcelorMittal Orbit su invito di Anish Kapoor, e ottovolanti rallentati allo stremo, come RB Ride (2007) a San Severino Lucano, nel Parco del Pollino. Opere fruibili da chiunque che danno alla corrente artistica della Land Art – la più esplicita nella storia dell’arte nel rendere protagonista la terra, ma che all’origine, negli anni ’60, rimaneva a mio avviso piuttosto ripiegata su se stessa – un nuovo respiro, finalmente vivo e vivibile, finalmente ecocentrico. Nelle esperienze allestite da Carsten Höller la componente ludica è intensa, ma da raffinato, elegantissimo intellettuale quale è, Höller sa che – da Johan Huizinga con il suo Homo Ludens (1938), a Jean Piaget, a Jerome Bruner, a Maria Montessori – il gioco è fondamentale, nell’avanzamento cognitivo. L’arte come giostra per permettere che l’esperienza ludica si faccia coscienza, che l’estetica si ricongiunga all’etica disinnescando la cosmetica. Arte come esperienza, che ha la stessa radice etimologica di esperimento, come se il background scientifico di Carsten Höller agisse da codice sorgente, in una sorta di processo osmotico tra terra e arte. Tuttavia, mi spiega Höller, i tratti comuni tra laboratorio e atelier si fermano qui: « Spesso mi è stato chiesto – anzi, spesso mi è stato detto con tono piuttosto assertivo – che c’è una somiglianza tra arte e scienza: “In entrambi i casi si parte dalla creatività”, e altre affermazioni di questo tipo. Io penso che quest’idea sia completamente sbagliata. Ciò che chiamiamo arte contemporanea è un linguaggio molto specifico, che non è basato su qualcosa che si propone di scoprire il mondo come farebbe uno scienziato. �uando ero uno scienziato, rimanevo sempre sorpreso dal modo in cui otteniamo risultati, ossia attraverso l'esclusione. Fondamentalmente siamo immersi nel rumore, rumore ovunque, e quando vai in laboratorio lo fai con lo scopo preciso di escludere il rumore per favorire la concentrazione – ecco, il laboratorio è in qualche modo simile, in particolare, al white cube espositivo. Ma poi gli scienziati vanno oltre, perché vogliono studiare l'influenza di un determinato fattore. Sai, quando si porta avanti uno studio clinico – volendo indagare, ad esempio, se la temperatura influenza l'esito di un esperimento – sei solito mantenere tutto uguale tranne un fattore, quello della temperatura, perché così potrai misurarne meglio gli effetti. E questo è un processo che si basa necessariamente sull'esclusione. Tuttavia, alla fine, non sarai nemmeno certo che i risultati siano del tutto effettivi nel momento in cui li andrai ad applicare immettendoli di nuovo nel mondo, con tutto quel rumore, perché la temperatura può essere influenzata da altri fattori che non hai indagato, e quindi possono sopravvenire effetti incrociati. E c'è anche il fatto che tu, come ricercatore, ti sei tenuto fuori da tutto questo per restare il più obiettivo possibile, ma sono emersi risvolti interessanti quando sono stati presi in esame alcuni esperimenti condotti con i topi, se svolti da uomini o da donne, perché in realtà sono emerse consistenti differenze nei risultati. �uindi, cosa interessante, il metodo scientifico è un ottimo modo per capire perché tende a semplificare, ma è molto difficile metterlo in relazione con il mondo. L’effetto della temperatura da un lato, o un’opera sulla parete di un white cube dall’altro, non sono poi così significativi, perché mostrano più i limiti della mente, ancora una volta, perché riguardano ciò che tu ancora puoi capire. Ma il rumore è fuori dalla nostra portata». Gli domando allora se sia il rumore, il terreno dell’arte: «Sì, penso di sì. Rumore che diventa musica, anche distorta, volutamente distorta. E anche per la musica – e per la scienza, per la letteratura, per l’arte, per l'architettura e così via – si può dire che funzionino come lo sport: hai delle regole di gioco ma poi tutto dipende da come giochi, pur trattandosi di campi da gioco diversi. La domanda che mi pongo più spesso, però, è questa: a cos'altro potremmo giocare? Cosa non abbiamo ancora inventato? Perché l'arte è interessante, certo, ma il bello dell'arte è che in linea di principio potrebbe essere terreno per altre forme che non sono ancora emerse. Abbiamo le nostre forme canoniche di espressione culturale, ognuna con i suoi diversi linguaggi, ma potrebbero darsene altre che ancora non conosciamo? Per quale motivo ci limitiamo a creare esclusivamente arte, o scienza, o sport, o forme di culto, seguendo schemi prestabiliti? Forse c'è qualcos'altro. È questo ciò che trovo interessante nell'arte: che puoi usarla come situazione-tipo, puoi testare come funziona con persone che vengono lì perché vogliono vedere, per esempio, una mostra, possono provare delle cose ed è come un esperimento, ma senza scienziati che registrano i dati. Ecco, trovo interessante l’opera d’arte come proposta sociale, l’arte come linguaggio, quindi io come artista sono un formulatore di proposte, ma non ho più intenzione di rinchiudermi come lo scienziato in uno spazio piccolo e

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