Ossigeno #12

71 parlavano fiammingo, e i vicini a destra che parlavano francese. E noi, a casa, parlavamo tedesco. Per questo pensavo che in ogni casa si parlasse una lingua diversa – il che sarebbe splendido. E invece in Belgio ci sono tanti problemi a causa di questo mancato incastro, e l’unico elemento che realmente cerca di tenere tutto insieme è la terra. Poi però penso anche: “D’accordo, ci sono alcuni problemi, ma c'è anche un grandissimo, doppio, triplo potenziale”. C'è qualcosa di molto bello nel non rassegnarsi all’allineamento. Forse è una parola grossa, ma io ci leggo una grande forma di libertà. E invece di limitarsi a compianti vari, si dovrebbe guardare piuttosto alle infinite possibilità che si basano sulla non-omogeneità, su ciò che non si adatta, che non si allinea, sulla differenza delle parti. Il Belgio, il Double Club, il Fara Fara, persino i miei Giant Triple Mushrooms hanno molto a che fare con questa idea di unicità, stando lì insieme e occupando lo stesso posto senza pretese di ibridazione, senza smanie di contenimento o di assimilazione ma, semplicemente, condividendo». Ubuntu, allora, è la parola. �uel senso profondo dell’essere umani che si realizza solo condividendo, quella filosofia che si è fatta pratica in Nelson Mandela e in Desmond Tutu, resa arte da Miles Davis e Marcus Miller (Tutu, 1986). �uel profondo senso di appartenenza alla terra, non a una circoscritta terra delimitata dall’imposizione violenta, con l’inchiostro o a colpi di arma, di un confine. (NdR: qui in Sud Italia, per chiederti chi siano i tuoi genitori, gli anziani ti domandano a cu appartenisi, a chi appartieni. Traslare verso l’ecocentrismo significa agire come se l’unica risposta possibile sia, finalmente, «Alla terra») Avendo fatto della sua casa tanto la Svezia quanto il Ghana, anche il senso di appartenenza in Carsten Höller è amplificato, «e non sai veramente perché, perché non si tratta soltanto di temperatura, o di odori. È una parte di te che, molto semplicemente, o è chiusa o è spalancata. Mi è sempre piaciuta l’idea che tu non debba mai ridurti soltanto a uno; in qualche modo, e in un senso molto più nobile rispetto all’uso che il senso comune fa di questa espressione, dovremmo essere tutti doppiogiochisti nelle nostre vite. Il doppio gioco è una figura che mi attira molto – come quelle storie di spie russe che in realtà sono anche spie americane – perché ti dà la possibilità di sperimentare nuove cose non soltanto una volta, ma almeno due. Ci siamo affannati per produrre una cultura lineare, in qualche modo consequenziale, ma se riesci ad assumere forme diverse trovandoti su terre diverse, sapendoti mettere in discussione, questo è di per sé uno statement molto forte. Non è dialettica ciò che intendo, non si tratta di una soluzione tra due in forma di tesi/antitesi/sintesi; si tratta proprio di dividere te stesso in diverse unità coesistenti, una occidentale, l’altra africana. Si tratta di far saltare in aria un modello di sviluppo lineare che ha ormai mostrato la corda. È questa, per me, la vera natura del progresso». Su una terra ultracollegata e surriscaldata, non liquefarsi per la smania di volere tutto è il primo passo per poter essere ancora qualcosa. È la lezione dell’importanza della biodiversità. L’est/etica di Carsten Höller è la dimostrazione che arte e terra nutrono un rapporto di scambio osmotico. In fondo, una delle materie predilette dall’arte è la terra. Terra come soggetto, protagonista della corrente artistica della Land Art. (NdR: il vero gesto della Land Art è a mio avviso quello di un uomo inginocchiato a terra, Jean Dubuffet, che premeva la carta inchiostrata sul suolo per ricordarne le rughe nei suoi Phénomènes, ciclo di 324 litografie composte tra il 1958 e il 1960. È quello di Hussein Chalayan che nel 1993, per il progetto della sua tesi di laurea The tangent flows, presentò una collezione di abiti in tessuto organico da lui disegnati, prodotti e seppelliti sotto terra per tre mesi, canto del suolo come forza rigenerativa. Il vero gesto della Land Art, come in tutta l’opera di Carsten Höller, è quello di studiare la terra per comprenderla appieno e, attraverso la potenza dell’immaginario, darle finalmente voce) Terra come oggetto, come mezzo originario, perché è innanzitutto dalla terra cotta che nasce una delle più iconiche forme d’arte: la scultura. E terra come diritto, terra che del diritto è madre, dal momento che la stessa istituzione giuridica del diritto nasce da un uomo che la delimita, proclamando quell’appezzamento come suo e dando origine alla proprietà privata. Ma è chiaro ormai che occorre ripensare tutto. Compito dell’arte nella difesa della terra è bonificare il pensiero, gravemente inquinato da una smania di progresso titanico e feroce, per riconsegnare un suolo libero di accogliere i semi generati dal paradigma ecocentrico. Un paradigma che è salvezza, il cui simbolo è uno strano fungo. un grazie affettuoso a Silvia Pichini, responsabile della comunicazione di Galleria Continua

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