Ossigeno #12

95 Rinunciare, certo, moderare. Un giorno, un grande banchiere italiano mi ha detto che dovremmo fermarci ad abbastanza profitto. Ora Pirni mi dice una cosa simile, a livello di consumo di suolo e di risorse. Ma chi quantifica questo "abbastanza" mi pare il vero tema. Perché, a un certo punto, questo potrebbe essere l'elemento che definisce o nega lo spazio di azione – quindi, per usare una brutta parola, il "potere". «Le idee potrebbero esserci, ci sono, e va anche detto che il nostro Paese è spesso stato molto all'avanguardia per la produzione di idee, per il saper lanciare spunti, per il saper essere bravi o innovativi nell’immaginare il futuro, sotto tanti profili. Non si tratta solo di creare un'idea di risparmio, di non-consumo rispetto a quello che abbiamo, ma anche di immaginare qualcosa di altro rispetto a quanto non abbiamo. Riguardo all’idea di Abbastanza, in realtà, per mettere a nostro agio tutto ciò – anche se può sembrare una battuta di bottega o partigiana per chi fa filosofia – direi che forse dovremmo tornare a leggere i classici e, accanto alla lettura di Platone, dovremmo avvicinare la lettura del Libro V dell’Etica Nicomachea di Aristotele, il quale ci disegna in termini destinati a restare paradigmatici la Teoria dell'Equità, la quale fa un passaggio ulteriore rispetto ai profili che le accennavo prima. Come si fa a essere equo? Aristotele dice che l'equità è il perfezionamento della giustizia. Ma allora come si fa a essere più perfetti della giustizia? Se la propria giustizia è già equilibrare – hai avuto un torto, ti viene restituito; hai un grande merito, ti viene riconosciuto – cosa c'è di più perfetto di quello? Beh, l'idea dell'equità secondo me, e così ho provato a dipingerla, è quella di una grande macchina teoretica per abbattere quella che chiamo la indifferenza intergenerazionale». «Ma restiamo ancora sull'Abbastanza: immaginiamo che l'equità sia qualcosa rispetto alla quale io avrei un entitlement giuridico. Cioè immaginiamo che io, noi, i nostri figli, siamo tutti intorno a un tavolo, abbiamo un’ottima torta e iniziamo a dividere le fette. Probabilmente, essendo io e lei due persone adulte, avremmo diritto a una fetta in più, magari a una fetta più grossa. E tuttavia noi diciamo che, pur avendone diritto, rinunciamo a prenderla. Pur avendo quella possibilità di sviluppo in più, rinunciamo a percorrerla. Pur avendo quella possibilità di guadagno ulteriore, rinunciamo a portarlo a casa. Perché? Perché, nel rinunciare, stiamo rendendo disponibili quelle risorse, quei beni, quelle possibilità di guadagno, quelle possibilità di sviluppo per qualcun altro. Stiamo cedendo spazio per darlo a qualcun’altro, ma noi non stiamo perdendo nulla, perché io e lei eravamo già sazi con una fetta di torta. Avremmo avuto diritto a due fette, ma questo non ci avrebbe dato una sazietà ulteriore. Non esiste un profilo della sazietà ulteriore che ci possa dare maggior soddisfazione, ma soltanto un senso di sovra-pienezza che è quella sovrabbondanza dell'inutile, quell'oltre l’Abbastanza che non possiamo più permetterci. Rileggere Aristotele quindi, ma forse anche i medievali, e magari anche i contemporanei». La domanda che mi pongo, mentre ascolto il ragionamento limpido del professore, è più fosca, più calata nella dimensione primordiale dell'umanità. Perché dovrei preoccuparmi degli altri quando ho già tutto quello che serve a me, e soprattutto perché dovrei rinunciare a qualcosa per qualcuno che non c'è? «Mi sono occupato di un argomento contro l'indifferenza intergenerazionale. Come funziona questo dispositivo? Beh, noi siamo soliti pensare che l'indifferenza sia qualcosa di non positivo; ovviamente, i profili psicologici e morali che guidano l'indifferenza sono molto più complessi, ma c'è anche un'indifferenza buona, che è quella dalla quale parte la soggettività umana. Io sono indifferente all'altro intorno a me, innanzitutto perché devo formare la mia identità personale, devo capire chi sono io, chi vorrei essere. Non stiamo condannando quel tipo di indifferenza, bensì quella che si scarica nella forma di non tenere conto dell'esigenza dell'altro, che ha una serie di strali morali. Un conto è se lei è indifferente nei confronti di qualcuno che stasera suona alla sua porta e le chiede aiuto; ma il tema, quando l'indifferenza si scarica a livello intergenerazionale, genera un'ottima possibilità di sconto morale, nel senso che chi potrebbe sentirsi colpevole per non aver fatto qualcosa nei confronti di chi non conosce e non conoscerà mai? Io mi sento colpevole se non aiuto adesso la persona che me lo sta chiedendo entrando da questa porta, ma come faccio a sentirmi colpevole nel non aiutare la persona che entrerà da questa porta chiedendo aiuto a qualcuno che sarà qui tra vent'anni?» «Forse dovremmo riprendere da questo punto di vista – e sarebbe bello che lo facesse, per esempio, anche il sistema bancario – l'idea stessa di un istituto bancario che nasce dal diritto delle obbligazioni. Si chiama istituto del solidario. Il tentativo di pensare che quell'istituto portava avanti anche un diritto dell'obbligazione per cui io, lei o qualcun altro decidiamo di comprare qualcosa, ma nel farlo non solo ci accolliamo una parte del costo, ma ciascuno di noi si prende l'impegno di pagare anche se qualcun altro tra di noi non ne avesse più la possibilità, entrando così in una solidarietà che è, in realtà, solidità economica: noi siamo solidi abbastanza per poter assorbire il non pagante. Ora immaginiamo, a livello intergenerazionale, in che modo garantire questa solidarietà verso chi non è ancora qui. Innanzitutto lasciando meno debiti che possiamo – perché sappiamo che saranno loro a doverli pagare per noi. Siamo dunque responsabilizzati nel pagare per loro, evitando per noi la possibilità di spendere oltre misura. Ciò funziona per le giovani generazioni ma anche per la silver

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