Ossigeno #13

102 La capacità antiretorica dell’arte di De Bruyckere passa allora dalla presa di coscienza, anti-nostalgica e anti-romantica, che buona parte del mondo è artificiale, con buona pace di chi predica il quantomeno anacronistico mito del ritorno alla natura, ma con lo smartphone in mano tipo protesi. I corpi nudi, i tronchi, i cavalli, tutto ciò che potrebbe richiamare a una natura vergine e selvaggia, prendono posto su un palcoscenico artificiale, quello dei suoi abitacoli, con la piena consapevolezza del fatto che non c’è altro mondo al di fuori di questo. Tavoli, madie, credenze, letti dismessi, ma soprattutto vetrine, sono abbracciati dalle sue sculture come parte integrante dell’opera, come lei stessa mi spiega: «Per il ciclo di sculture Into One-Another, dedicato al cinema di Pasolini, sono partita proprio da tre vetrine dismesse da un museo di storia naturale, il che mi ha permesso di affrontare in maniera visceralmente onesta una combinazione complessa di tematiche che attribuisco a Pasolini: tensione estetica e vulnerabilità, il lato perverso e distruttivo del desiderio, la fame di essere immersi nell'altro nonostante questo sia impossibile. Corpi contorti dai margini slabbrati, ricurvi, come consunti dal dolore. Sono sicura che non ci sarei riuscita, se non avessi avuto la protezione offertami dalle vetrine. Come hai individuato, le vetrine sono per me oggetti codificati, generano una specifica percezione, definiscono la comunicazione con il pubblico, il che mi assicura una maggiore libertà nei confronti della scultura stessa – così come i cuscini, in un altro senso, simbolicamente attutiscono il colpo. Un corpo ferito o deforme genera un impatto diverso se è delicatamente sostenuto da un morbido cuscino, o celebrato ponendolo in una vetrina». L’uso che Berlinde De Bruyckere fa della vetrina rientra così nella sua strategia antiretorica, perché le sue vetrine custodiscono un significato diametralmente opposto a quello attuale delle vetrine da social, da selfie, da vernissage e da eventi vari, inserire qui occasioni random di photo opportunity. La contemporanea smania patologica del mettersi in vetrina comporta spesso una specie di sfrontatezza che rade al suolo quel senso di pudore, di soggezione, pure alla base del rispetto tra le persone – perché, vi prego di permettermelo, io non sono affatto d’accordo col disco rotto che uno vale uno, tag-line che gronda da una retorica post-democratica distorta, e ho questo vizio di tendere a rispettare e ad ascoltare chi ha dato prova di saperne più di me. Invece, sebbene nudi, i corpi in vetrina di De Bruyckere testimoniano un’altissima dignità, un toccante pudore, un silenzio fertile che vince ogni volgarità strabordante dall’immaginario contemporaneo, dopato di esibizionismo e malato di quella che Bret Easton Ellis, in Bianco (2019), ha definito likeability: la tossicodipendenza da like, i cui prezzi da pagare sono il dilagare di un canone di pseudo-bellezza di massa, e la mancanza di rispetto verso il non conforme a quel canone lobotomizzante, imposto e impostore, per cui fai scrivi dici o indossi una cosa solo dopo averla filtrata attraverso il supposto altrui benestare. Il rispetto dell’autenticità, grevemente barattato con pollicioni e cuoricini post-icci. Corpi imperfetti e pieni di dignità in vetrine che li proteggono; vs. corpi perfettamente fake in vetrine che li ostentano. Rispetto della verità, della profondità della lentezza, del silenzio riflessivo, di una sospensione del giudizio gravida di potenzialità; vs. frenesia di finzione, del dispotismo fake da filtro Instagram, di velocità del virtuale, di giudizi feroci e non richiesti – words are very unnecessary, cantano i Depeche Mode in quel monito che è Enjoy the silence. Sculture del silenzio, sono state definite quelle di De Bruyckere. Di quel silenzio fertile che custodisce il rispetto del dubbio. Creare arte contemporanea significa un punto interrogativo, non tre punti esclamativi e il caps lock fisso. Apertura, non chiusura. Creare arte contemporanea significa combattere in trincea dalla parte del dubbio contro l’esercito degli etichettatori seriali, quelli con le certezze in tasca, perché guarda caso

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