Ossigeno #13

103 fondamentalismo e integralismo vanno sempre a braccetto con l’arroganza definitoria di chi presume di essere detentore della verità. Il Nobel Goffredo Parise ce lo insegna: la cifra del mondo in cui viviamo è la complessità, e l’atteggiamento più fertile di chi rispetta il mondo è quello di non smettere di coltivare il dubbio. Tuttavia, come racconta Raffaele Alberto Ventura nel contributo che apre questo numero di Ossigeno, il rispetto affonda la sua radice etimologica nello sguardo altrui, quindi anche nell’accoglienza del giudizio altrui (fermo restando un minimo di doverosa selezione, ci tengo a dirlo). Date allora la sacrosanta libertà dell’artista e il suo essere immerso in una serie di rapporti (più o meno sani, v. sistema dell’arte che tende troppo spesso a contrarsi sulla dimensione del mercato, v. presenzialismo selvaggio di quella fauna definibile come mandria da rinfresco post-vernissage, v. pratica tossica e immorale dell’artwashing), le domando in che rapporto si ponga con lo sguardo altrui – ossia, quanto conti il rispetto del giudizio altrui nel suo fare arte: «In fase creativa, l’accoglienza esterna non è la mia principale preoccupazione – quantomeno non sotto forma di direttive morali intenzionali, o di auto-limitazioni che mi infliggo. Ma il giudizio esterno riveste per me grande importanza. La traduzione dell’ispirazione in scultura è un processo che vivo con un forte senso di responsabilità, che avverto sia nei confronti dell'opera, sia nel modo in cui la esporrò all’accoglienza altrui. Le reazioni delle persone che mi comunicano la loro esperienza possono a volte essere conflittuali, ma non smettono di fortificare la mia spinta a creare. È per questo che per me l'opera è un punto di incontro, una zona franca che sollecita a toccare le proprie profondità, impossibili da fare emergere a parole». Eccola, la sorella del rispetto: la responsabilità. Il farsi carico di sé, avere rispetto del proprio nome e della propria storia. Ciò è tanto più vero per una artista come Berlinde De Bruyckere, la cui fama le avrebbe permesso di accomodarsi sugli allori. E invece, da pittrice, ha avvertito la voglia di fare scultura. Da scultrice, dopo aver assistito nel 2008 alla messa in scena di Pitié! di Alain Platel e dei Ballets C de la B, ha sentito la necessità di indagare il movimento fisico e ha co-firmato con quei danzatori performance potenti come Romeu, my deer (2013) e Sybille (2014). Da protagonista delle istituzioni espositive dell’arte è entrata a teatro diventando scenografa per le ultime produzioni di Platel. E quando la cifra della sua scultura sembrava l’astrazione, è tornata al figurativo con gli Arcangeli – viene in mente ciò che scrisse Gilles Deleuze in Marcel Proust e i segni: «Non vi è grande artista, la cui opera non ci spinga a dire: lo stesso, eppure altro». E il farsi carico dell’altro da sé, pavimentando il terreno con la volontà di confronto e di dialogo. La responsabilità nel presentare le sue opere passa attraverso il rispetto per le diversità culturali e per lo spazio pubblico: «Nella mia pratica, rifletto sempre su come il mio lavoro potrà essere recepito in relazione al suo contesto specifico. E non la vivo come una restrizione, ma piuttosto come un dialogo, perché lo spazio pubblico richiede un approccio diverso. Lì le persone sono chiamate a un confronto involontario con qualcosa che non si aspettavano, e che spesso non sanno come contestualizzare. Le diversità culturali comportano anche letture diverse, una diversa comprensione di ciò che viene presentato. Ti faccio un esempio: nel 2012 ho tenuto la mia prima mostra personale a Istanbul, ad Arter, allora situato nella Istiklâl Caddesi, una delle vie dello shopping più importanti della città. Lo spazio aveva una grande vetrina che affacciava sulla strada, permettendo ai passanti di vedere parte della mostra. Collocarvi uno dei miei corpi nudi e mutili in cera era una cosa che non avrei mai fatto. La cultura musulmana possiede tante sensibilità, e ignorarle in modo provocatorio è un approccio che non mi appartiene. Se vengo invitata in un luogo come Istanbul, considero un onore

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