104 essere accolta e avere accesso a un nuovo mondo. Mi dona ispirazione ed energia per creare nuove opere, che possano in qualche modo contraccambiare quello che mi è stato donato. Al di là dell’essere limitante, allora, accogliere determinati parametri culturali può anche diventare liberatorio, perché ti permette di mettere in discussione ciò che dai per scontato, e aprire le porte a nuove intuizioni. Lo trovo prezioso. La mescolanza culturale è di grande interesse per me, e ha a lungo rappresentato un tratto distintivo di Istanbul stessa. E non lo ritengo un escamotage per sottrarmi al confronto più scomodo, perché il messaggio che desidero portare avanti sarà comunque lo stesso; ma il mio intento è quello di fare in modo che tale messaggio possa essere compreso, piuttosto che rigettato a priori». Nella storia artistica di Berlinde De Bruyckere, il rispetto dello spazio pubblico a partire dalla conoscenza della sua storia è una costante. Invitata nel 2013 come artista rappresentante del Belgio alla 55^ Biennale di Venezia, in uno spazio pieno di luce, De Bruyckere lo ha oscurato totalmente per accogliervi Kreupelhout – Cripplewood, co-curato insieme al Nobel per la letteratura J.M. Coetzee, tronco di un olmo di 27 metri recuperato da una tempesta e redento con cera sfumata nei toni della carne e scampoli tinti di rosso veneziano. È stato il suo omaggio a San Sebastiano, protettore di Venezia e icona religiosa (e contemporanea icona queer, anche solo pensando a un capolavoro come Sebastiane di Derek Jarman) più presente nei capolavori della città, laddove l’oscurità della messa in scena ha racchiuso il monito, per Venezia sempre incombente, di prestare cura affinché possa venire sempre scongiurata l’oscurità della sommersione. Ancora a Istanbul, chiedendo di potere avere accesso all’ottocentesco hammam di Çukurcuma, De Bruyckere vi ha installato Actaeon II (2012), reinterpretazione del mito greco della metamorfosi di Atteone a opera della dea Artemide, sorpresa nuda a fare il bagno; adirata, la dea lo rese un cervo, non riconosciuto e sbranato dai suoi stessi cani. Il dolore dei cani fu lenito dalla visione del ritratto del padrone – dunque, dall’arte, e nella figura (anti)retorica della metonimia creata dall’artista, Atteone è un cumulo di corna in cera che riposano sui cuscini. Il Çukurcuma Hammam, luogo di purificazione del corpo e nel suo più recente passato meta nota per il gay cruising, ha accolto dunque una storia di desiderio e di catarsi, purificazione e rigenerazione attraverso l’arte, come le purificazioni dei corpi che si compiono negli hammam. Ed è lei stessa a raccontarmi del rispetto del dolore, ricordando la sua mostra personale Aletheia, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino nel 20192020, nata dalla sua prima visita al mattatoio di Anderlecht. «L'installazione offriva una sorta di esperienza immersiva allo spettatore, che si doveva confrontare con la ricostruzione di un laboratorio di pelli in cui calchi di cera amorfi di cumuli di spoglie animali, impregnati di sale, erano accatastati su grandi pallet di legno. Una distesa salata di morte anonima. Le pelli ammassate custodivano certo un forte impatto, ma l’elemento chiave era, per me, proprio il sale, sale sulle ferite, il cui odore pungente e potere di disidratazione rendono faticoso lo stesso respiro. E poi, poco dopo l'apertura della mostra, è arrivata la pandemia a colpire duramente proprio il respiro, e soprattutto in quell'area geografica. Non dimentico la colonna di truck militari impilati di morti provenienti da Bergamo. Dopo il primo lockdown, il museo decise di riaprire e prolungare la mostra. È stato un momento in cui ho sentito che dovevamo procedere con cautela, per non dare l’impressione di speculare su un dramma inatteso. La pandemia aveva creato un contesto a cui io per prima non ero preparata, e che avrebbe generato un sentire completamente diverso nei visitatori che, in quel periodo di forti limitazioni agli spostamenti, erano principalmente persone del posto.
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