Ossigeno #13

108 «Son riuscito ad avere una ventina di fotografie e le ho appiccicate, con mollica di pane biascicato, dietro il regolamento cartonato appeso al muro. Alcune sono appuntate con pezzetti di filo d’ottone, lo stesso che mi porta il capolaboratorio perché ci infili perline di vetro colorate. Con le stesse perline usate dai detenuti qui accanto per far corone mortuarie, ho costruito pei genuini criminali cornici in forma di stella. La sera, così come voi aprite la finestra sulla strada, rivolto il regolamento. Sorrisi e bronci, gli uni e gli altri inesorabili, entrano in me da ogni mio foro offerto. Essi presiedono alle mie piccole abitudini». – Jean Genet, Nostra Signora dei Fiori, 1943 La strategia della stratificazione, il suo atto di connessione come artista alla storia dell’umanità, è nemica giurata e non violenta di quella sottospecie di purismo d’accatto (leggi: totalitarismo) a esclusivo appannaggio di chi, del rispetto, non sa che farsene. De Bruyckere me lo racconta tornando con la mente a Istanbul, che mi dice di ricordare «come una delle esperienze più toccanti della mia carriera di artista; e tanto più doloroso è stato leggere, nel luglio del 2021, che il governo turco aveva deciso di revocare lo status di museo ad Hagía Sophia, un'ex cattedrale bizantina, per riconvertirla in moschea. Da quel momento in poi, le icone cristiane vengono coperte durante la preghiera islamica. Ricordo il giorno in cui visitai quello spazio, quasi dieci anni prima. Accanto a quelle icone di lì a poco condannate all’oscurità, accompagnate da monumentali medaglioni calligrafici arabi, prendevano posto i serafini, per me i più magnifici tra gli angeli. �uanto era bella, quella unione: i serafini delle sacre scritture ebraiche, l'iconografia cristiana, i medaglioni islamici, tutti a condividere lo stesso spazio. �uel luogo, quella convivenza pacifica di religioni e culture, quel monumento bizantino, armoniosamente connesso ai minareti costruiti più tardi, aperto a tutti, fu per me testimonianza di desideri universali, profondamente umani. Desideri che tuttora ci uniscono. Leggere che Hagía Sophia avrebbe contenuto macchie cieche è stato per me un doloroso rinnegamento di quell'alleanza». Ma esiste un momento in cui il contrasto ha necessità di manifestarsi in quanto tale, nella richiesta di cambiamento di uno status quo logoro: è ciò che avviene nello spazio pubblico come piazza, dove si scende per manifestare il dissenso. In una democrazia compiuta, il rispetto del dissenso dovrebbe essere è un diritto, sancito dal principio della libera manifestazione del pensiero e dalla libertà di riunione. In una democrazia compiuta, la gestione del dissenso dovrebbe essere è matura e appropriata. In una democrazia compiuta, quando la rabbia figlia del dissenso viene incanalata in azioni simboliche e non violente bisognerebbe bisogna saperla ascoltare, come insegna la disobbedienza civile e come racconta Why we fight?, documentario del 2022 firmato da Alain Platel e da un’altra sua anima gemella, la fotografa Mirjam Devriendt, cui De Bruyckere stessa ha partecipato parlando della lezione di rispetto universale della sua anti-arte. Perché una democrazia compiuta è, senza condizionali barrati, la terra del rispetto. Ma la constatazione che al presente tutto brucia è paradigmatica del fatto che quello della democrazia non è un proclama che basta mettere in costituzione perché possa dirsi raggiunto, bensì anch’esso un corpo da rispettare e proteggere, ogni santo giorno. La constatazione che al presente tutto brucia – titolo di quella illuminante pièce teatrale dei Motus del 2021, di cui si legge in sinossi «In questo tempo dell’Antropocene possiamo combattere per i diritti dei nostri corpi, ma il corpo ha una sua imprescindibile dimensione pubblica» – è paradigmatica del

RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=