109 fatto che il paradigma antropocentrico ha fallito, come ha indagato l’altrettanto illuminante collettiva Die intelligenz der pflanzen, al FKV di Francoforte nel 2021-2022, in cui venne proposto – a partire dagli assunti della neurobiologia vegetale dello scienziato Stefano Mancuso e dalle osservazioni sulla mescolanza come rispetto della biodiversità del filosofo Emanuele Coccia – un paradigma di interdipendenza e di mutuo soccorso come quello da sempre messo in atto dalle piante, accantonando il progresso per favorire lo sviluppo, come insegnava Pier Paolo Pasolini; o, applicato all’economia, accantonando la crescita per favorire la prosperità, come insegna Kate Raworth. Berlinde De Bruyckere partecipò alla collettiva con l’installazione Embalmed Twins I and II (2017), due querce secolari cresciute insieme, compagne di vita, e cadute vittime dell’uragano Kyrill nel 2016, rinate nel suo gesto artistico. Una mostra come quella si basava sul rispetto per l’arte e per la scienza come colonne portanti nella ricostruzione di un nuovo paradigma, quello ecocentrico, fondato sul rispetto dell’ambiente. Tuttavia, gli unici che sembrano avere urgenza di un necessario cambio di paradigma – e gli unici che sembrano avere consapevolezza dell’arte come motore propulsore di un cambiamento – sono i giovani, che però spesso gestiscono tutto questo con la rabbia del dissenso e con l’eclatanza del gesto, consci di appartenere alla società dello spettacolo. Movimenti come Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Just Stop Oil colpiscono così le opere d’arte gettando vernici e cibo in scatola – sì, ma sui vetri esterni che le proteggono, non intendendo realmente deturparle, ma piuttosto trasmettere nel più controverso dei modi che neanche l’arte potrà sopravvivere, su un pianeta che sta andando a fuoco. Io non credo che queste siano mancanze di rispetto per l’arte in quanto prodotto; io credo che queste siano forme di rispetto per l’arte in quanto simbolo. Berlinde De Bruyckere mi risponde che preferisce lasciare la questione aperta – e, penso, la mia posizione è probabilmente dovuta al fatto che io l’arte non la creo, per cui il mio amore per l’arte non può mai essere paragonabile all’amore di un genitore per sua figlia, perché negli ecoattivisti c’è comunque una forma di strumentalizzazione dell’arte – però mi racconta di quello che pensa in generale del vandalismo sull’arte, diverso dal dissenso degli ecoattivisti perché anonimo, quindi vigliacco e deresponsabilizzato, sterile, non aperto al confronto, violento e immotivato: «Ricordo che nel 2008 a Gent, dove vivo e lavoro, una figura appartenente al ciclo Schmerzensmann esposta alla KASK, l'Accademia di Belle Arti, venne violata per due volte, entrambe nello stesso punto, al piede, distrutto e poi ridistrutto subito dopo il restauro. Vorrei riportarti allora testualmente ciò che scrisse Stefan Hertmans, che seppe trovare parole nelle quali mi rispecchio totalmente: “Per due volte, Schmerzensmann V, 2006 è stata violata durante l'esposizione, ogni volta allo stesso modo e nello stesso punto, causandone la prematura rimozione. �uell'atto, e soprattutto quella reiterazione quasi ritualistica, tradisce una consapevolezza perversa della natura di quell'azione. In ultima analisi, il vandalismo è sempre un’arma a doppio taglio. Nel momento stesso in cui un'opera viene vandalizzata, l'anonimo aggressore sta già sottoscrivendo la sua sconfitta: ha perso al cospetto di qualcosa che gli offriva un’opportunità di confronto. Ha ridotto la violenza simbolica a meschino formalismo, e si è così autoescluso dalla partita. Ha finito per deturpare il proprio campo visivo, dando testimonianza di un inedito disprezzo di sé. Ma la posta in gioco è ancora più alta. In modo del tutto opportuno, il piede infranto di quel corpo artefatto e acefalo sembrava essere divenuto parte integrante dell'opera d'arte, come se la potenza della scultura fosse stata in grado di assorbire l'aggressione e rivelare, così, l'enorme potenziale della sofferenza attraverso cui ha saputo trascendere il danno, rendendolo parte viva della presentazione”».
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