Ossigeno #13

113 Un senso pasoliniano del tutto è santo, un cammino spirituale che evidenzia la dimensione di una transizione per cui non c’è mai morte, ma continua rinascita. Non posso non pensare a God save the queer. Catechismo femminista (2022) di Michela Murgia, una delle più luminose intellettuali che avevamo in Italia, che da profonda e consapevole credente – dunque, incline a coltivare il dubbio – parla di pratica della soglia come di pratica cristologica, attinta dal Vangelo di Giovanni (Gv 10, 1-10) nel momento in cui Gesù dice di sé io sono la porta delle pecore, divenendo per ciò stesso icona queer: «È da donna, da femminista e da cristiana allo stesso tempo che posso ricercare, praticare e proteggere le soglie, i luoghi di confine tra le gabbie sociali in cui si pretenderebbe che tuttə restassimo. Accettare la queerness come prassi cristiana significa riconoscere che il confine non ci circonda, ma ci attraversa, e che quel che avvertiamo come contraddizione è in realtà uno spazio fecondo». Gli stessi angeli del resto, e così i suoi Arcangeli, superano nella narrazione cristiana il binarismo di genere, ma non sono i soli: Palindroom, 2019 è il fantoccio di una cavalla impiegato per la riproduzione degli stalloni che, pur conservando natura femminile, ha un aspetto fallico, così come il palindromo è un testo omofono, leggendolo sia in un senso che al contrario. Penthesilea, 2015 rievoca la regina delle Amazzoni uccisa da Achille e mescola la forma fallica della struttura a quella vulvare del panneggio di pelli a essa sovrapposto, simile alle forme della Madonna del Parto (1460) di Piero della Francesca. La serie Met tere huid (2014) è una potente resa di forme vulvari modellata su uno stock di cavezze per stalloni. E poi c’è It almost seemed a lily (2017). Sembrava quasi un giglio è la descrizione che dà Ovidio del fiore in cui si trasforma Giacinto alla sua morte, colpito accidentalmente da un disco lanciato da Apollo, suo innamorato. Ed è da un mazzo di gigli prossimi ad appassire, e dai loro petali cadenti e decadenti, che De Bruyckere muove la sua ricerca antiretorica servendosi proprio della figura retorica della metonimia, una parte per il tutto, osservando la somiglianza di un petalo alla trama della pelle. È così che De Bruyckere decide di tramutare le pelli in giganteschi petali da inserire in opere a parete assieme agli altri suoi stilemi, tra cui polvere d’oro come polline fertile. Una resa ancora più significativa in virtù della sua scoperta, in quello stesso periodo, degli enclosed gardens del monastero di Mechelen: piccoli armadi per la preghiera privata, allestiti nelle loro celle dalle monache del convento. Mini wunderkammern fitte di lussureggianti fiori di seta, reliquie, nastri e sculture policrome, come loro unica forma di mondanità e sublimazione della sessualità, collegata al corpo di Cristo non come ostia, ma come marito. Purezza ed erotismo, il sacro e il profano, avvolti a spirale. L’archetipo del sacro in De Bruyckere richiama lo stesso modello ripreso da Jean Clair in De Immundo (2005): «Il sacer porta con sé l’impossibilità di separare il sacro, il santo, il sacrosanto così come comunemente li intendiamo, dall’impuro, dal maledetto, dall’abominevole. Sacro è ciò che, in un essere vivente o in un oggetto, appartiene insieme ai campi del candido e del marcio, del lecito e dell’illecito, del consacrato e del proibito, del segreto da custodire e dell’osceno da aborrire». Parliamo allora di mancanza di rispetto. Parliamo di oscenità. «L’artista, se si assuma anche l’etica, deve almeno non essere in odore, ma anche in lezzo di santità sulla scena. Deve aver voglia di esser di là». È con queste parole, un tantino traumatiche così come ci aveva abituato, che Carmelo Bene descrisse la responsabilità dell’artista e definì l’oscenità nell’arte: o-sceno, fuori dalla scena, fuori dalla tirannia del pensiero unico, assolvendo dunque l’oscenità nell’arte con formula piena, purché in lezzo di santità. Ho sorriso nello scoprire che la prima mostra di Berlinde De Bruyckere è stata una collettiva del 1986 nella sua città, a Gent, in un ex opificio ribattezzato Fabriek

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