Ossigeno #13

114 voor Entartete Kunst, fabbrica dell’arte degenerata, definizione che il nazismo dava per denigrare le opere da esso non approvate – dunque quelle libere, quelle non propagandistiche. I suoi corpi-crisalide, corpi cronenberghiani dai margini scabri, sono scabrosi. Sono figli dell’Unheimliche di Freud, del perturbante, che nelle mani dell’anti-artista diventa strumento per attrarci attraverso l’elemento familiare – la pelle le cui vene bluastre sembrano ancora pulsare, le dimensioni dei corpi 1:1, le sue coperte dai motivi dimessi, presenti nelle case di ognuno ma che conservano l’inquietudine di un rimosso latente – per poi scaraventarci di fronte ai tabù dei nostri limiti, di cui siamo chiamati all’elaborazione; primo e supremo, il tabù della morte, che De Bruyckere sublima attraverso il rituale della sua scultura, cera e cura, affine al rituale dell’imbalsamazione (alla Kunsthaus Bregenz nel 2015, la sua personale si intitolava proprio The Embalmer). Innervandoli sia della parafilia fetish del frammento corporale che della sacralità della reliquia, dal feticismo alla santità, i corpi universali e disturbanti di De Bruyckere hanno concettualmente del mostruoso – assecondando la radice etimologica di monstrum che, come monumentum, deriva da monere, avvertire: monstrum è il mostrarsi improvviso di un’anomalia che possa essere di avvertimento per ognuno, ma che lì per lì destabilizza, turba, scandalizza. Eppure lo scandalo è un diritto per l’artista, oltre che un suo preciso dovere: «Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista, il cosiddetto moralista», dichiarò Pasolini in una delle sue ultime interviste a Dix de Der nel 1975. L’oscenità per i moralisti, allora, non corrisponde all’oscenità per gli artisti e per tutti coloro che si nutrono di arte e di cultura. Domando a De Bruyckere cosa sia per lei l’oscenità nell’arte, cosa trovi talmente indegno di rispetto da essere osceno. «L'oscenità è un concetto fluido, così come lo è la liberalità. Sarebbe utile interrogarsi su cosa definisce entrambe. È chiaro che ciò che consideriamo osceno è destinato a cambiare nel corso del tempo, e l'entità del disturbo che causa è spesso connessa al medium di trasmissione di tali presunte oscenità. Se guardiamo da vicino il Giudizio Universale di Hieronymus Bosch, il livello di contenuto sessuale disturbante e di brutalità è pazzesco, ma le persone continuano a portarci i figli senza battere ciglio. D'altra parte, un film come Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, già controverso ai suoi tempi, in un clima come quello attuale risulterebbe nientemeno che irricevibile. Il cinema fa da detonatore per questo tipo di suscettibilità – e, del resto, non posso nasconderti che il contenuto di quel film sia stato brutale al limite della sopportazione anche per me, ma vederlo è stato essenziale e liberatorio non solo come artista, ma come persona. Io stessa ho voluto esplorare quella mobilità di confini quando ho installato Aletheia, perché sentivo la necessità di creare qualcosa di forte, di audace, perché allora cominciavo a percepire estremismi e razzismi sempre più feroci, a inaridirsi compassione e solidarietà, cominciavo a vedere troppe similitudini con quella tensione figlia degli anni '30 che precedette oscenità vere come quelle dell'Olocausto. �uella è per me l’oscenità: la profanazione della civiltà, smentita e insabbiata da politici con sintomi di delirio di onnipotenza». Sono totalmente d’accordo. L’oscenità vera è la mancanza di rispetto per la vita. E sono totalmente d’accordo: penso all’articolo 21 della nostra Costituzione, ultimamente come non mai sotto attacco – sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume – per riflettere sui confini mobili dello stesso concetto di libertà – di espressione innanzitutto, visto lo scempio che quegli stessi politici con sintomi da delirio di onnipotenza stanno facendo in Italia del servizio pubblico.

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