115 Buon costume come sinonimo di rispetto, è così fané; eppure, in nome suo e come tanti Torquemada furiosi, siamo stati capaci di mettere all’indice grandi artisti, da Pasolini a Genet, da Schiele a Caravaggio: colpevole, quest’ultimo, della sporcizia dei piedi di un pellegrino al cospetto della Madonna, dimenticandoci che Dio s’è fatto Uomo. La censura, e la sua deriva ultra-tossica in cancel culture – precisamente definita da Nick Cave come l’antitesi della pietà, la religione più infelice del mondo – è la pratica mortifera di abuso di rispetto. Nel recente saggio Le statue giuste, Tomaso Montanari riflette sul fatto che, dato il rinnovamento dei valori, è giusto che memorie materiali come statue che non rappresentano più valori condivisibili siano al centro di un conflitto, ma sarebbe un tragico errore cancellarle, proponendone piuttosto la risemantizzazione in loco. Porgo allora a Berlinde De Bruyckere la mia ultima domanda chiedendole, data la potenza scomoda e sacrosanta della sua anti-arte, se abbia mai incontrato quell’abuso di rispetto che prende il nome di censura. Le sue parole non lasciano spazio a equivoci. «Mai stata direttamente censurata, ma penso che l'attuale impianto della cancel culture sia, in una parola, mortificante. Studiare la storia dell'arte ci ha insegnato tutto: come vivevano le persone, come sceglievano di comunicare, quali fossero le loro ispirazioni, le loro paure, i loro desideri, le loro passioni, senza filtri. Resto fermamente convinta che gli artisti che cercano il senso più alto delle cose e affrontano l'esperienza umana come un cammino da condividere saranno sempre necessari, perché le domande che il loro lavoro solleva – e le risposte che possono innescare – custodiscono il valore dell’utilità universale. Un'opera d'arte potente è sempre una sintesi della società, e la società contemporanea è tutto fuorché un bel quadretto; il futuro non sembra così radioso, se non si ha rispetto della complessità. Credo allora nella responsabilità dell'artista di captare e interpretare questa complessità. E se questo comporta dichiarazioni scomode, o immagini sconvenienti, allora così sia. Ma ridurre la realtà a qualcosa di comprimibile, innocuo, scontato e ammiccante significa semplicemente rinnegarla. E la censura non è altro che la legittimazione ipocrita di questa negazione». Nella chiusura del discorso che avrebbe dovuto tenere al Congresso del Partito Radicale, riferendosi agli artisti, Pasolini scrisse: «Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare». Due giorni prima del congresso, Pasolini fu assassinato. �uesto è l’ultimo testo scritto che ci resta di lui. E contiene esattamente il dovere dell’arte, nella sua chiamata alla difesa del rispetto. un grazie affettuoso a Silvia Pichini (head of communication) e a Margherita Tinagli (artist liaison) @ Galleria Continua
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