Ossigeno #13

13 �uesta sfida fa riemergere tutti i paradossi del concetto di rispetto. Possiamo parlare ancora di 'scala' di valori se questa scala è orizzontale, come il tapis roulant degli aeroporti? Siamo davvero capaci di apprezzare in eguale misura ogni persona e ogni cosa, dal più umile degli esseri umani alla più esotica delle specie ittiche? Oppure, al contrario, dietro alle nostre belle parole la logica del rispetto resta verticalissima e siamo condannati a una competizione sempre più agguerrita, per accaparrarci quella risorsa scarsa che è lo sguardo degli altri? La stratificazione di significati tanto diversi non può che generare un’infinità di contraddizioni, nelle quali siamo immersi fino al collo. Come canta Marracash, Oggi come oggi tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi. Il rispetto oscilla tra una vocazione gerarchica e un’aspirazione egualitaria, tra l’essere il principio ordinatore della piramide sociale oppure la grande forza livellatrice di una comunità di pari. Per questo, forse, quella per il rispetto non può essere altro che un’ossessione, una specie di malattia, un bisogno profondo ma impossibile da soddisfare, un pozzo senza fondo. Sisifo, Prometeo, Tantalo sono le figure mitologiche di questo supplizio ricorsivo che Freud chiamava nevrosi. Ma se fosse proprio la nostra domanda ossessiva di rispetto a provocare la sua scarsità generalizzata? L’umiliazione non esiste in natura: è il residuo del tentativo umano di assegnare un valore a tutto. Se così fosse, allora forse il solo modo di liberarci dalle catene del rispetto sarebbe semplicemente di rinunciare ad appiccicare un valore alle cose. Solo a quel punto, liberati dall'onere di classificare, soppesare e giudicare, gli sguardi cesserebbero di essere strumenti di controllo e sorgenti di nevrosi, per diventare i quieti testimoni della varietà del mondo.

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