43 o settanta anni, lo studio dell’agricoltura è l’extrema ratio per coloro che non arrivano a studiare, per dire, medicina o legge. E non lo fanno neanche così rigorosamente, limitandosi alla messa in pratica di piccole stupide formule a loro inculcate, di cui non sono neanche del tutto consapevoli. Non abbiamo idea di ciò che stiamo facendo, e ci limitiamo a considerare il suolo come qualcosa da imbottire con fertilizzanti liquidi. Nel momento in cui sopraggiungono quelli che definiamo parassiti o malattie, combattiamo a colpi di veleno contro quella che non è altro che la natura di funghi e batteri, che hanno le loro spore dappertutto, sia nell'atmosfera che nella stratosfera. È completamente ridicolo, se ci pensi, perché per liberarcene dovremmo avvelenare l'intera atmosfera e l'intera stratosfera. Ecco perché, a mio avviso, il nostro modo di pensare e praticare l'agricoltura deriva da una visione molto limitata, lineare e povera del nostro ambiente, della sua vita e della nostra stessa funzione su questo pianeta, perché sono convinto che la specie umana non abbia alcun diritto di proclamarsi, da duecentomila anni ad oggi, la specie animale dominante. Tutte le specie apparse sul pianeta lo hanno fatto in un contesto completamente, diametralmente opposto rispetto a quello attuale. Erano vita che creava più vita. Oggi è l’esatto contrario, e noi non siamo in grado di essere in qualche modo utili – o, ancora meglio, al servizio della vita, il che sarebbe la strategia madre per riuscire a sopravvivere su questo pianeta». Mi colpisce, quando Götsch dice che non siamo noi i comandanti in capo. E allora gli chiedo se rimuovere l'essere umano dal centro della scena – in altre parole, rifiutare l'Antropocentrismo – sia una parte fondamentale dell'Agricoltura Sintropica (e, in me, spero che possa bastare questo a salvarci da noi stessi). «Ne è parte», chiarisce, sottolineando la complessità del discorso. «Non la parte centrale, ma ne è parte. Leggendo i miei già citati 15 Principi, capirai che non siamo altro che parte di un macrorganismo, e non i comandanti in capo. A tal proposito vorrei citarti un uomo considerato da cinquecento anni soltanto come un cantastorie: Esopo. In una delle sue parabole – attenzione, non favole, ma parabole – fa dire a Crono, creatore della vita su questo pianeta inclusa quella umana: “Uomo, ti ho portato in questo posto, ecco il tuo paradiso; moltiplicati e abitalo. Puoi fare ciò che vuoi, sii creativo. Hai una sola eccezione da rispettare: le leggi, che sono già date, del macrorganismo del quale fai parte. Neanche a noi, dei dell'Olimpo, è concesso modificarle”. Dapprima l'uomo ne fu felice e orgoglioso, ma un giorno giunse alla conclusione che se avesse creato le leggi da solo, sarebbe stato più potente degli dei dell'Olimpo. E così ha iniziato a farlo, e facendo questo è finito in conflitto, con il pianeta e con gli dei. Grattandosi il capo, Crono decise: “Lo ucciderò”. Scese così dall'Olimpo, ma una volta al suo cospetto, cambiò idea. Come punizione per la sua disobbedienza decise di dividerlo in due metà, condannandolo alla ricerca della metà mancante senza la capacità di trovarla, e allo stesso tempo, lo condannò a coltivare il suo cibo, decisione letale per la specie umana. Nessuna punizione è più grande di quella, perché tutte le specie dovrebbero agire in modo da svolgere la loro funzione, mosse da un piacere interiore, e nel farlo creano e co-creano le loro condizioni attuali e preparano il posto per le prossime generazioni. �uando il tuo compito è correttamente svolto, puoi ritirarti, perché hai assolto al tuo lavoro e non vai verso il nulla. Come diceva anche Socrate in uno dei Dialoghi platonici, morendo non vai verso il nulla. Hai svolto la sua funzione, quindi non devi preoccupartene, né farti prendere dall’ira. Puoi andartene con fiducia, perché tutto è compiuto. Invece, al giorno d'oggi, l'uomo contemporaneo agisce nell’ottica Dopo di me, il diluvio. È molto triste, e ci porterà inevitabilmente al buco nero, a scomparire».
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