45 e mi pongo nuove domande. Credo che la nostra capacità di pensiero astratto, e di creare attrezzi o strumenti complessi, non ci sia derivata per caso: ciò fa parte della nostra natura umana, e dovremmo usarla per creare situazioni sinergiche tra specie diverse. Servendocene in modo più adeguato, ogni giorno sarà più bello, con tantissime nuove cose da poter tramandare alle prossime generazioni. Sarà soltanto alla fine che potrete ritirarvi e dire “Tutto fatto”. E sarà un ritiro come quello che forse si vive quando si è avuta una buona giornata e si dice “Oggi ho fatto un buon lavoro”, quindi si va a letto, e si dorme sereni. E così per me, per il mio ultimo giorno, sarà solo allora che dirò “Tutto fatto”». Del resto, gli dico – e lui concorda con convinzione – che un agricoltore non va mai in pensione. È qui che gli racconto la storia di mio padre, novantuno anni, agricoltore da una intera vita: «Ha quindici anni più di me. Forse è troppo bravo per smettere», Götsch osserva sorridendo. Lo è, mi viene da dire. Gli racconto che nacque in Sicilia negli anni '30, in un'epoca molto diversa rispetto a quella attuale. Iniziò a coltivare fin da bambino, seminando a piedi nudi e imparando l'agricoltura secondo gli insegnamenti di mio nonno. Ma, crescendo, si convertì al nuovo modo di fare agricoltura del dopoguerra. Finì per coltivare fiori su larga scala, utilizzando fertilizzanti artificiali e pesticidi. �uando si ritirò, iniziò a coltivare ortaggi per la famiglia su un piccolo appezzamento di terreno. I miei fratelli lo introdussero agli insegnamenti di Rudolf Steiner e lo convinsero a cambiare approccio. Ed è curioso pensare che abbia novantuno anni e stia parzialmente reimparando qualcosa che già sapeva, e aveva perso. Il padre dell’Agricoltura Sintropica mi ascolta con attenzione, e con un moto di empatia mi confessa: «Ho avuto un’esperienza simile con mio padre. Posso capire tuo padre perché di certo è stato sottoposto a un intenso lavaggio del cervello, all'inizio degli anni '50. Anche nel nostro piccolo villaggio svizzero, di circa sessanta abitanti, arrivarono due americani – era intorno al 1952 o 1953 – per spiegare che la Svizzera non aveva più bisogno di fare questo e quello. Mostrarono film che la gente non aveva mai visto prima, con tutte quelle macchine da guerra, assieme a macchine agricole usate negli Stati Uniti e prodotti chimici tossici come sterilizzanti e pesticidi. Ci dissero: “Tutto quello che avete fatto finora è obsoleto”. E nessuno vuole essere obsoleto. No, no. Completamente sbagliato. I contadini dovevano in qualche modo dimenticare quello che facevano. E molti, moltissimi di loro lo hanno effettivamente dimenticato». E prosegue nel racconto: «All'inizio degli anni '50, mio padre coltivava patate senza l'uso di pesticidi, coprendo il terreno con più di venti centimetri di paglia mescolata con un po' di letame di mucca, senza il bisogno di aggiungervi sopra alcuna plastica. Piantava alla fine di marzo e a metà giugno le patate erano pronte per essere raccolte. Nessuna malattia. Patate bellissime. Finché un giorno vendette la sua fattoria e comprò un piccolo pezzo di terra, di circa 100 x 60 metri, coltivando ciò di cui aveva bisogno per sé e allevando qualche pecora. �uesta volta applicò tutti i dettami dell'agricoltura moderna. Fu uno dei primi che all'epoca acquistò, potendo permetterselo, erbicidi per ripulire i confini del suo terreno. Così un giorno che ero in visita da lui gli chiesi: “Papà, perché facciamo così? Potremmo coltivare le patate come le coltivavi in passato”. “Ah, in quel modo. No, ma non è normale farlo”, mi rispose. “Perché no? Puoi darmi una piccola porzione del tuo terreno da coltivare?”. Lui acconsentì, e io gli chiesi di non trattare le mie patate con nessun prodotto chimico tossico, nessun fungicida, nessun insetticida, e mi accontentò. �uando tornai da lui a giugno, aveva raccolto sia le sue patate che le mie, e mi disse: “Onestamente, le tue patate sono più belle delle mie! Ora capisco cosa intendevi quando mi hai fatto quella richiesta”. A partire dalla fine dell'ultima guerra mondiale, le medesime
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