Ossigeno #13

97 Comincerei col dire che parlare di rispetto, in tema di diritti, è come parlare di ossigeno in tema di capacità di respiro: imprescindibile. Proseguirei col dire che parlare di arte, in tema di rispetto dei diritti, è come parlare di muffa in tema di medicina: inatteso e vivifico (vedi alla voce “scoperta della penicillina”). Il cammino di Ossigeno nella difesa dei diritti da parte dell’arte contemporanea, stavolta, compie un tragitto più inclusivo. Stavolta non camminiamo nel solco di un singolo diritto. Stavolta andiamo alla linfa di ognuno di loro e di tutti: perché ogni diritto sancito, senza il rispetto, non è che lettera morta. La veduta si fa panoramica, dalla singolarità alla pluralità dei diritti e dei corpi, di tutti i corpi. Dichiarazione universale dei diritti umani: allarghiamo il campo, superiamo “umani”. Stavolta il perno, come per il rispetto, sta in “universale”. E queste righe parlano di arte. E l’arte contemporanea ha trovato la sua sistematizzazione più lucente nella Teoria Estetica di Theodor Adorno, secondo cui dalla barbarie di Auschwitz, con buona pace di certi venti che attualmente soffiano da ponente ingravidando tempeste, non è possibile un ritorno, no, ma un atto di rispetto per la vita universale sì: l’arte contemporanea ha allora il dovere di farsi anti-arte, magnificando attraverso il suo gesto l’estetica del disagio, la santità del diverso, nel rispetto della chiamata a una rivoluzione gentile nei modi, ma detonante nell’obiettivo di mandare all’aria un conformismo non più ricevibile. �uelli qui sopra sono i motivi per cui, quando mi è stato comunicato il battesimo del rispetto come spina dorsale di questo numero di Ossigeno, ho fortemente desiderato un nome su tutti come artista simbolo, perché nessuno più di lei sa cantare il rispetto per il corpo universale; perché nessuno, più di lei, porta avanti un cammino antiretorico fatto di visioni seducenti, disturbanti e costruttive. Berlinde De Bruyckere (Gent, Belgio, 1964), nelle parole di Eugenio Viola, «ha sviluppato negli anni una ricerca stilistica inconfondibile, fondata su un’estetica del lacerto che attinge alla mitologia di un corpo posto all’incrocio di molteplici referenti, culturali ed estetici. Le sue sculture agiscono a livello fisico sulla pelle delle immagini, e a livello psichico sulla dimensione del sintomo, fisico e mentale, sulle scaturigini del rimosso. �ualsiasi soggetto, nella sua scultura, diviene espressione di una fisiologia allucinata e sospesa». La prima cosa che si definisce per un viaggio è la geografia dei luoghi, ed è proprio nella geografia di quella sospensione di cui parla Viola, in quel terrain vague tra la bellezza e il turbamento, che Berlinde De Bruyckere sceglie di instradare anche questo nostro viaggio. «�uello che desidero è che le persone non si avvicinino al mio lavoro per cercare soltanto bellezza», mi dice. «Voglio toccarle nei punti in cui hanno paura di essere toccate. Affrontare questioni per cui non riescono a trovare le parole. E so che questo, spesso, non è affatto un cammino indolore. Alcune di loro si indigneranno, altre avranno da dire sui materiali che scelgo. Prendi, ad esempio, le pelli che recupero per dare loro nuova vita nei miei lavori: provengono direttamente dal mattatoio, da animali scuoiati per il consumo massificato della loro carne, le cui spoglie vengono buttate via, in enormi contenitori. È in quell’esatto momento che non appartengono a nessuno – non più agli animali a cui sono state sottratte, non ancora a coloro che le raccoglieranno, le ispezioneranno e, etichettandole, attribuiranno loro un valore economico nella produzione del pellame. È questa non-zona che mi interessa. È proprio per la brutalità dell'atto che, in qualche modo, sento il bisogno di redimere ciò che è stigmatizzato come senza valore, come un vuoto a perdere».

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