98 È la non-zona del margine, e degli emarginati, quella che De Bruyckere individua come suo terreno prediletto di esplorazione e maggiormente bisognoso di rispetto, quel Terzo Paesaggio teorizzato da Gilles Clément e fatto di «spazi indecisi sui quali è difficile posare un nome. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata». Per Berlinde De Bruyckere è l’arte la dimora che dà rifugio, che dà riparo, come per il titolo di questi nostri passi a due tra arte e diritti e per lo stesso titolo di City of Refuge, la serie di mostre che mutua il nome da una canzone di Nick Cave e che De Bruyckere porta nel mondo – terza, attuale sosta nella Basilica di San Giorgio Maggiore a Venezia, in seno alle collaterali della 60^ Biennale d’Arte Contemporanea – i cui custodi sono i suoi Arcangeli transeunti, icone genderless da molto prima che esistesse la parola e figure altrettanto sospese, in punta di piedi, tra il crollo e il decollo, il cui peso della missione di protezione e conforto grava latente sui loro corpi lividi. È proprio nei suoi corpi che si trova una grande lezione sul rispetto. Una lezione che vorrei introdurvi raccontandovi una storia: nello studiare la popolazione Canaki della Nuova Caledonia colonizzata dalla Francia, l’antropologo Maurice Leenhardt (1878-1954) raccontò di quando chiese a un anziano Canaki quale fosse la scoperta più rilevante che la Francia aveva portato loro e l’anziano, dopo lunga riflessione, gli rispose «Il corpo». I Canaki sentivano di appartenere al mondo senza alcuna separazione da esso al punto che, a ogni nascita, sotterravano la placenta della vita appena nata sotto un albero appena piantato: guardando a una foresta, così, un Canaki non vedeva solo alberi ma vite, a prescindere dalla loro corteccia/pelle. È la stessa attitudine al rispetto per la vita, indipendentemente dall’involucro del corpo, messa in arte da De Bruyckere. Le sue opere vengono alla luce davanti ai nostri occhi. �uando tutti i suoi lavori – dalle gabbie delle Closet Forms degli anni Ottanta, ai più recenti Arcangeli, alle pelli di umano di albero di cavallo curate dalla sua anti-arte – sono posti l’uno accanto all’altro, la percezione di redenzione e rinascita è impetuosa. Nelle sue forme lacerate riconosciamo quella fessura da cui siamo nati, che permette al parto di farsi atto creatore. Sono corpi che non hanno inizio né fine, la cui monumentalità dei volumi è efficace nel farsi grande cassa di risonanza del suo messaggio di speranza e della richiesta di comprensione e rispetto. Per questo De Bruyckere sceglie i cavalli, le cui pelli recupera nei mattatoi e cura con cera ed epoxy, affidando alla loro innocenza e imponenza la necessità di fermare ogni guerra. Per questo De Bruyckere sceglie gli alberi, i cui tronchi e rami recupera in zone colpite da calamità e cura con cera, cuscini e velluti, affidando alla loro innocenza e imponenza la necessità di arrestare attivamente la crisi climatica. E per questo De Bruyckere plasma corpi sublimi – sub-limen, sulla soglia – non attribuibili a un genere o a un’età specifica, stratificandoli nella cera e sostenendoli con una invisibile anima in ferro, affidando alla loro innocenza e alla loro scala 1:1 la necessità di risvegliare in noi la compartecipazione a una condizione umana che mandi all’aria etichette esclusiviste. È per la natura universale dei suoi corpi che il suo lavoro è stato letto ora come manifesto antispecista, ora ambientalista, dei diritti LGBTQIA+, dell’infanzia e della vecchiaia, delle persone richiedenti asilo e delle persone con disabilità, il che non può che incarnare una verità assoluta: nella detonazione delle pur legittime rivendicazioni che affollano un tessuto sociale atomizzato e potenzialmente deflagrante come una atomica, la soluzione starebbe nel rispetto della vita in quanto tale, a prescindere dall’aggettivazione; il che significa anche nel rispetto della scelta di autodeterminazione – dalla transizione di genere racchiusa nelle parole della Agrado di Almodóvar in Tutto su mia madre: «Una è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa», all’aborto fino al terzo mese, momento in cui cominciano a svilupparsi le cellule nervose ed esistenzialmente la
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