Ossigeno #13

99 vita comincia a dirsi vita, all’eutanasia di un corpo sofferente di cui non solo è irrispettoso, ma soprattutto indegno che qualcun altro possa decretare la fine. �uando le domando se, tra le rivendicazioni per la richiesta di rispetto, ci sia una battaglia che sente particolarmente viva, De Bruyckere sceglie dunque di andare oltre l’etichetta con suffisso in -ismo di ogni specifica lotta: «Il mio primo tributo di rispetto è per le persone che lavorano queste pelli in condizioni ardue, e per questo stesso materiale, fonte primaria della mia ispirazione». Rispetto per il lavoro in condizioni ardue, dunque – io non posso fare a meno di pensare a Satnam Singh, che ha pagato con la sua vita il prezzo di sangue del lavoro nero e del caporalato. Al suo braccio amputato e gettato in una cassetta della frutta, e ai frammenti di corpo creati e redenti da Berlinde De Bruyckere. Ma quella sul corpo di Singh non si avvicina neanche lontanamente alla funzione di riparo dei diritti propria dell’anti-arte; quello sul corpo di Singh è il frutto marcio e tossico di ciò che il GIP di Latina ha definito «condotta disumana lesiva dei più basilari valori di rispetto e di solidarietà». �uella sul corpo di Singh è l’ora più buia dell’umanità. Rispetto per il lavoro, dicevamo, cercando di nuovo una luce. A partire dalle dinamiche industriali del ‘900 verso l’automazione fino all‘attuale deriva tutta da domare dell’AI, l’attitudine a contrapporre il lavoro intellettuale a quello manuale ha innescato un cambio di paradigma nella percezione della centralità dell’homo faber – ivi comprese implicazioni cattelaniane su chi sia il vero autore di un’opera d’arte, se l’artista che la concepisce concettualmente o il prestatore d’opera che la realizza materialmente (e per la Cassazione e per me, non c’è dubbio che si tratti del primo). Con De Bruyckere la questione non si pone; la sua arte è anche il suo arto, il sapiente gesto manuale che la porta a scolpire la cera, ad assemblare i modelli creati, a fonderli uno sull’altro, a dipingerli strato dopo strato. E rispetto per la materia, un rispetto che è anche recupero (quindi, anche pratica di sostenibilità): di pelli riscattate dai mattatoi, di alberi rinvenuti dalle tempeste, di cera fusa e fusa ancora per minimizzare rifiuti e scarti. Di tessili come cuscini, lenzuola e coperte, raccolti a ogni latitudine, che in nome dell’anti-arte sono andati incontro a una evoluzione antiretorica nel suo cammino. Così, se le Blanket women degli anni ’90 trovavano riparo sotto coperte dimesse, decorate da motivi familiari e simbolo della condivisione più intima, e se in opere come 0.28 (2007) le pile di coperte nel ripiano inferiore della vetrina quasi confortano i tronchi posti sopra, oggi tutto questo non ha più senso. Da Calais, a Cutro, a Buča, a Gaza, la coperta, e il tessuto sociale della parte sazia del mondo, ha fallito – un giovedì sera qualsiasi degli ultimi, troppi mesi, parte un reportage sulla fuga disperata dei palestinesi superstiti da Rafah. La fila delle automobili è fitta, e su ognuna di quelle automobili, stipate di volti di vinti, su ognuno di quei portabagagli riconosco distintamente gli stessi, identici motivi delle coperte che, nelle sue opere, hanno fallito nel farsi riparo. E ho capito cosa intende De Bruyckere, esponendo oggi solo coperte lacere, sottoposte per mesi all’usura dell’esterno. Ed è stato un colpo al cuore. Di complementi d’arredo di seconda mano che, da funzione marginale, diventano comprimari. «Si tratta di un processo intuitivo, molto fisico» mi spiega, «nel cercare di comprendere ciò di cui un'opera ha bisogno e ciò che potrebbe evocare in coloro che la fruiranno. In studio le opere crescono nel loro ambiente, è quasi come se si generassero da sole. A seconda di come evolvono mi appare sempre più chiaro il loro abitacolo – che sia un cuscino, o un tavolo, o una vetrina. L’abitacolo fa parte dell'opera, per me non è mai soltanto uno strumento espositivo». Mettersi in ascolto, anche di ciò che non ha capacità di parola. Cercare di comprenderne i bisogni. In una parola: rispettare.

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