Ossigeno #3

112 yogasūtra 3.0 yogasūtra 3.0 113 Come già indicato su queste pagine, lo Yoga, inteso come via di conoscenza, riunisce al proprio interno alcune discipline, le quali, pur diverse nella forma, tuttavia mirano allo stesso obiettivo - proprio come i raggi di un cerchio, che pur potendo muovere da diversi [a dire il vero, infiniti] punti della circonferenza, mirano ineluttabilmente allo stesso centro. Così, sempre ferma restando la loro comune destinazione, se possiamo succintamente dire che l’Hatha-Yoga prende le mosse dall’educazione del corpo - e per tale ragione, com’è facilmente comprensibile, rappresenta la pratica più diffusa, dove tramonta il sole - l’Ashtanga, o Raja, Yoga prende le mosse dall’educazione della coscienza. Una destinazione, va da sé, che costituisce il fondamento e il fine ultimo del sapere di ogni epoca e che, per noi occidentali, è da tempo immemore incisa sul frontone del Tempio di Apollo, a Delfi. Ciò nonostante, a ben guardare, la questione della cosiddetta conoscenza - il problema, cioè, di stabilire che cosa essa sia e come sia possibile conseguirla - ancor’oggi rimane, pur dopo tutti i secoli sin qui snocciolati, tutto, tranne che qualcosa di solare. Ebbene, siccome la tradizione, forse, più vicina alla fonte, ossia quella che fa riferimento ai Sūtra di Patañjali, articola la Via dello Yoga lungo otto passi - da cui il nome Ashtanga, che letteralmente sta per otto -, vediamo se è possibile diradare almeno un po’ di nebbia, considerando però, a dispetto di qualsiasi precauzione metodologica, il culmine di questi stadi, conosciuto come samādhi. Solitamente, nonché pallidamente, descritto come fusione con l’Assoluto, samādhi, che in sanscrito vuol dire mettere insieme, ha il medesimo significato della parola greca simbolo; derivato, a sua volta, da sumbállō [io metto insieme], il súmbolon [in origine terra ospitale divisa in due] regolava il reciproco vincolo ch’era sacra norma instaurare tra i nativi di un luogo e gli stranieri [ksénos]. A tal fine le parti in causa dovevano spezzare in due un oggetto - di solito un tassello o una rondella in terracotta, il súmbolon, appunto - serbandone ciascuno una metà, a garanzia del reciproco rapporto d’amicizia la cui autenticità poteva essere, eventualmente, dimostrata se e solo se i due pezzi aderivano esattamente l’uno all’altro, con ciò ricostituendo quell’intero da cui entrambi provenivano. Ma, ancor più importante, ogni frammento - pur osservato singolarmente, e perciò quanto di più opposto all’altro - testimoniava di un legame, della presenza di un terzo soggetto che, per quanto momentaneamente invisibile, a sua volta richiamava inevitabilmente quell’unità ormai perduta, senza la quale, del resto, nessuno dei due avrebbe potuto esistere. Si trattava, dunque, di un rituale atto a sanare l’ancestrale separazione che tutti, senza eccezione, avvertiamo sin da quando, per la prima volta, distinguiamo fra un “io” e un “tu”, per così sopperire alla nostra connaturata incapacità d’afferrare coll’intelletto un’unità che contemporaneamente comprenda in sé due concetti opposti. E davvero, alla nostra normale percezione, il mondo si barcamena fra tante coppie polari, a prima vista fra loro incompatibili: Luce-Oscurità, Bene-Male, Bianco-Nero, Vita-Morte, Maschio-Femmina, Soggetto-Oggetto, Salute-Malattia, Onda-Particella e così via dividendo. Ciò nondimeno, a ben guardare, tali distinzioni non possono essere del tutto “reali”, derivando, proprio come le schegge del súmbolon, da un’unità che, in principio, doveva riassumerle tutte quante senza attrito alcuno. Se, infatti, ci rivolgiamo alla matematica elementare, possiamo pensare all’1 come a quel numero che, pur implicitamente, contiene in sé tutti gli altri - ossia come a quell’Unità, pur inespressa, che però comprende in sé l’intera molteplicità. L’esistenza del 2, pertanto, c’informa della necessaria pre-esistenza di uno stato in cui questo doveva essere 1. Inoltre, andando un po’ più a fondo, benché a noi piaccia giudicare gli estremi di tali divisioni come esistenti in sé e per sé - ragion per cui ci piace tanto riempirci la bocca dicendo «questo è bene» e «quello è male» - sostanzialmente risulta impossibile ragionare in simili termini. Se, infatti, osserviamo il mondo meno superficialmente, ci accorgiamo che i poli di ogni coppia non fanno che dipendere l’uno dall’altro e in certo senso bramare continuamente l’unione perduta, quando entrambi stavano ancora in armonia; unione che, abbiamo assodato, doveva obbligatoriamente esistere, pena l’inesistenza del mondo stesso. Proprio come un frammento del súmbolon combacia solo col frammento cui era stato in precedenza unito, così un polo di ogni coppia complementare, misteriosamente, combacia non con ciò che è come lui, bensì con ciò che è a lui implacabilmente antitetico. Il polo positivo e il polo negativo di un magnete rappresentano un perfetto esempio della polarità: giù giù, sino a livello atomico, essi sono visceralmente e indissolubilmente opposti l’uno all’altro, eppure, fra loro esiste, ed è ben percepibile, come un ardente desiderio di unità, nonostante l’uno incarni tutto ciò che l’altro non è. Se lasciati liberi, di fatto, cosa fanno entrambi, se non cercare di ricongiungersi freneticamente? Ora, se ripensiamo a come solitamente facciamo esperienza del mondo, sappiamo bene che in esso tutti i rapporti mutano senza sosta, e che attraverso tale scansione, sottomessa al tempo, ogni cosa adesso è così e dopo sarà cosà. Ma questa freccia, in base alla quale la causa sta sempre nel passato e l’effetto sempre nel futuro, è davvero così univoca, o possono esistere cause di là da venire, che però già agiscono sul presente? Se tale affermazione dovesse, comprensibilmente, apparirvi bislacca, provate a far mente locale su tutti quei moventi, ancora “nascosti” nel futuro, che condizionano il vostro oggi - come, ad esempio, quello di fare la spesa perché domani avrete ospiti a cena. Ci rendiamo così conto che, pur senza avvedercene, la nostra vita oscilla incessantemente fra questi due tipi di causalità, ed ogni evento può esser letto come un loro incontro. Entrambi i modi di considerare, bisogna ammetterlo, paiono validi, se oltretutto pensiamo a quella concezione ormai di dominio comune secondo cui il tempo, avvertito come un prima cui segue un dopo, sostanzialmente, non esiste in sé e per sé, ed è solo la guisa attraverso cui noi percepiamo parzialmente uno spazio che non riusciamo a cogliere interamente. Ciò nonostante, e pur dando la parvenza di star congetturando su argomenti insignificanti, l’aderenza all’una o all’altra visione invero divide da lunga data il mondo in due parti l’un contro l’altra armate: fra chi lo concepisce come lo sviluppo temporale di un principio meccanico e chi come la realizzazione di un modello eterno. Detta altrimenti: il mondo di cui anche noi facciamo parte, è il risultato di una causa, sorta a partire da un imprecisato punto nel “passato”, o è il risultato di una causa che, dal “futuro”, lo sta trascinando a rivelarsi sotto una forma che aspetta da sempre di manifestarsi? La via d’uscita dal labirinto è, a tutt’oggi, motivo d’infuocato dibattito, ma se fosse proprio l’operare di tale separazione, che rende assai difficile scorgere la retta direzione? Se, cioè, abbiamo appurato che i contrasti del mondo polare necessitano, per la loro stessa sussistenza, di un precedente stato simbiotico, non dovremmo, allora, concludere che questa scissione non sia un’intrinseca caratteristica del mondo, bensì il risultato del modo in cui noi lo impattiamo? La soluzione, a questo punto, sembrerebbe consistere nel ri-unire le due visioni discordanti - se solo non fosse che, imboccando questa strada, si va inesorabilmente a sbattere contro quell’indomabile mostro della nostra logica che chiamiamo paradosso; l’impossibilità, cioè, di prendere atto che una stessa cosa possa simultaneamente essere A e non-A. Come abbiamo già detto, noi non siamo in grado di afferrare una totalità entro cui, ad esempio, il bianco e il nero coesistono singolarmente, pur essendo fondamentalmente privi di tale singolarità: il bianco e il nero - il 2 - sono solo la forma attraverso cui noi facciamo esperienza di qualcosa che non possiamo dire e nemmeno pensare - l’1. Se, nondimeno, accettiamo la presenza simultanea di entrambi i lati della contesa, essi devono in qualche modo continuare a mantenere le caratteristiche di quell’unità da cui derivano - devono, cioè, come i due frammenti del súmbolon, continuare a essere in qualche modo connessi fra loro, seppure, per noi, simile rapporto sia tutto fuorché evidente. Dato questo, ciò che deve esistere realmente, vale a dire in tutta la sua completezza, dovrà essere qualcosa per cui il processo unidirezionale di causa/effetto risulterà essere privo di senso, qualcosa di contraddittorio e inattaccabile dalla nostra consueta logica - qualcosa, appunto, tipo A = non-A. Come conseguenza, constatiamo che qualsiasi evoluzione causale - pur apparentemente generata da quel che chiamiamo un evento casuale - che assuma l’aspetto di un tempo che passa è solo un modo circoscritto di osservare le cose; è, cioè, solo la sagoma attraverso cui l’Unità originaria, in sé priva di frazionamento, si mostra a noi. Perciò tutti gli opposti di un mondo che ci appare così ostinatamente frammentato in verità si cercano, s’influenzano e sono, impercettibilmente ma ininterrottamente, abbracciati l’uno all’altro. Ragion per cui il passato e il futuro - così come, va da sé, il bene e il male, il buio e la luce, la vita e la morte, la salute e la malattia - che noi fidiamo essere così manicheamente avversi, in qualche oscura maniera devono essere uniti in una dimensione priva di confini temporali, e lì perdere ogni separatezza a favore di una compiuta, per quanto paradossale, coincidenza. Se poi, da qui, portiamo il discorso oltre l’atmosfera, ci accorgiamo che non può esistere un soggetto che fa esperienza di un oggetto, un testimone che certifica un testimoniato, un Io che si contrappone a un non-Io, poiché tutto ciò che esiste è Una Cosa Sola. Ma niente di nuovo è sotto il sole, che sia d’Oriente o d’Occidente: come Plotino diceva che la cosa che vede è uguale alla cosa che è vista, così nelle Upanishad, allorquando il maestro pone la domanda definitiva «Chi sei?», l’allievo, se è impeccabile, deve rispondere «Io sono Tu». Noi, in altre parole, confidiamo troppo nella certezza di essere soggetti ben definiti, in possesso di un nome, un cognome e una data di nascita dati una per tutte, mentre la tanto idolatrata individualità si risolve essere solo uno stato provvisorio di quell’Unità continua - che a noi, però, si manifesta frazionata. Ed ecco, per giungere finalmente al punto, che il samādhi, inteso nel suo etimo originale, mai e poi mai potrà esser realizzato con la stessa logica con cui l’allievo segue il maestro durante una seduta di Yoga, ossia come qualcosa che possa essere raggiunto attraverso il tempo. Se, infatti, accettiamo quanto detto - pur tagliando e sorvolando con gran disinvoltura -, allora esso deve necessariamente appartenere a quell’inesprimibile ambito in cui tutte le dualità scompaiono [proprio là dove, per dirla tutta, un allievo e un maestro nemmanco possono esistere…].

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