yogasūtra 3.0 115 Ma allora, questo vuol forse dire che qualsiasi via di conoscenza - compresi i primi sette passi dell’Ashtanga, o qualunque altra forma di Yoga - è fondamentalmente inutile? Certamente no, poiché ormai l’1 è diventato 2, ormai abbiamo mangiato dell’albero; ormai, volenti o nolenti, noi siamo nel tempo, il quale, nonostante la sua illusorietà, è pur sempre una metà dell’Essere, un suo attributo; è, in altri termini, quel che noi percepiamo dell’eternità - la quale, bada bene, non è da considerarsi come un’insulsa durata senza fine, bensì come assenza di confini temporali, ossia, l’abbiamo visto, assenza di un prima cui segue un dopo, coincidenza del prima col dopo - e, come tale, comunque da percorrere. E se il tempo, ossia il 2, è la forma sotto cui facciamo esperienza dell’1, ciò significa che così come l’1 - l’eternità - dev’essere presente in ogni istante del tempo, allo stesso modo devono esserlo tutte le antinomie del mondo, che dell’1 sono la diretta manifestazione. Ecco il motivo per cui, pur considerando un solo pezzo del súmbolon - considerando, cioè, un solo lato del mondo -, gli antichi non si cristallizzavano su questo, ma per suo tramite rievocavano la forza, impercettibile eppure tangibile, che lo univa all’altro e che possiamo chiamare 3. O anche, senza tuttavia comprendere quasi niente di questa parola, Amore. È un vecchio adagio quello in base al quale niente e nessuno è completamente buono o completamente cattivo, ma noi ce ne dimentichiamo ad ogni piè sospinto, e siamo convinti che sia possibile eliminare dal mondo quegli aspetti che non ci piacciono - siano essi la pioggia nei giorni di vacanza o chi non la pensa come noi - che, invece, lo reggono tanto quanto quelli che ci piacciono. Il mondo è espressione [simbolo] dell’1: ciò vuol dire che niente di esso può essere rifiutato, che qualsiasi aspetto ne fa indissolubilmente parte, e che anche quegli avvenimenti che vorremmo evitare ci appartengono tanto quanto quelli che vorremmo far durare. E come sarà mai possibile eliminare dal mondo polare una sua parte, qualunque essa sia, se la polarità stessa è emanazione diretta dell’Unità? Ogni rapporto cambia, nulla è mai lo stesso, ogni polo si trasforma incessantemente nel suo opposto, ogni polo non è contro il suo opposto bensì in dialettica con esso, proprio come c’insegna il respirare, l’azione fondamentale della nostra esistenza [e, immagino, di qualsiasi pratica Yoga]: se ad ogni inspirazione non seguisse un’espirazione, noi, qui, non saremmo. Così, chi crede di perseguire per via diretta il bene a scapito del male, la felicità a scapito del dolore, la salute a scapito della malattia è solo un disonesto, poiché rintraccia la causa [colpa] di ciò che gl’accade in quell’esterno che, ormai lo sappiamo, neppure esiste. Tutti i conflitti che avvertiamo, quindi, non sono fastidi da rimuovere, bensì preziosi latori d’informazioni che ci indicano con quale principio del mondo - ovvero, di noi - non siamo ancora conciliati, e cosa ci manca per essere di nuovo interi. A tale scopo, le āsana o la verdura biologica servono punto o poco, se non sono sorrette da un mutamento della coscienza; è quest’ultima che va cambiata, non l’attività fisica o la dieta, ma, ahimè, si tratta di una cosa che nessuno fa volentieri, poiché richiede molto più impegno. Eppure non si scappa: se il mondo è 1, e tuttavia lo vediamo come 2, allora siamo noi che dobbiamo cambiare il nostro modo di guardarlo, giacché il mondo, in sé, non ha - non può avere - niente di sbagliato. Una volta accettato questo, può iniziare il processo di ri-unificazione consapevole di tutto ciò che, inconsapevolmente, ritenevamo non dovesse esistere. Vedere, cioè, che la terra scura e ghiacciata dell’Inverno custodisce la promessa della Primavera, che lo squalo nascosto sotto la superficie dona un brivido alla maestosa placidità del mare, che la sofferenza del distacco cela dietro di sé la gioia del ricongiungimento. E, ovviamente, viceversa. �uesta è, in fondo, l’unica conoscenza possibile, il simbolo o samādhi che dir si voglia: l’unione non contraddittoria di un concetto, del suo opposto e di tutte le infinite gradazioni che stanno nel mezzo. Una mela che, davvero per ironia della sorte - l’ironia, cioè, di dover redimere qualcosa che, in assoluto, è già redento -, noi possiamo cogliere solo là dove più si dissimula, in quel mondo duale che, mentre ci tiene lontani da essa, di continuo ne fa sfoggio, finché, forse, ad un certo punto, se saremo stati coraggiosi, «improvvisamente, come luce che si accende dallo scoccare di una scintilla, essa nasce dall’anima e da sé stessa si alimenta¹». 114 yogasūtra 3.0 ¹Platone, Lettera VII, IV sec. a.C.
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