Ossigeno #3

134 135 the O’ SPA adiestesia e radionica - la seconda in conseguenza della prima - sperimentano dalla fine del XIX secolo su questa rotta, operando con una convinzione: la sensibilità del proprio corpo permette all’essere umano la lettura di questi campi in costante movimento e legati alla materia. Con l’impiego di strumenti in grado di amplificare queste vibrazioni, il radioestesista indaga l’ambiente e gli esseri viventi, e dalla loro risonanza ne coglie caratteristiche e necessità. L’operatore radionico non si limita invece alla sola analisi, ma sui campi rilevati invia al corpo in causa dei messaggi, delle informazioni di corretto o miglior funzionamento. La radiestesia osserva, ascolta e descrive; la radionica interviene, comunica e trasferisce. Entrambe interrogando o agendo sul medesimo campo da gioco. Dal momento che i nostri cinque sensi non rilevano questa attività, occorre un po’ di fantasia, e per entrare nel merito senza rudimenti di fisica quantistica può essere utile immaginare ogni corpo come un piccolo sole. Della nostra stella vediamo chiaramente l’irradiazione, dalla quale possiamo misurare il caldo che emana e qual è la temperatura del suo nucleo. Immaginiamo di poter notare la medesima attività negli apparati che compongono l’essere umano - o un organismo vivente in genere - e di cogliere le caratteristiche che la loro radiazione trasmette, riuscendo anche ad influenzarla, a correggerla. Radiestesia e radionica studiano e operano su questa evidenza. L’altro presupposto che accomuna tali pratiche è la possibilità di operare a distanza. Distanza chilometrica, fisica, perché secondo le ragioni della radionica non vi è alcuna distanza, a parte quella reale ai nostri occhi. I corpi - le particelle - con la medesima risonanza - in correlazione - restano sempre in contatto. Lo dice la scienza. Il primo a definire i principi della radionica fu il medico californiano Albert Abrams, nato e morto a San Francisco a cavallo del 1900. Abrams impiegò nella sua ricerca impulsi elettrici, regolando su queste unità di misura i segnali che percepiva, attraverso risonanza, dai pazienti che prendeva in cura. Radiato dall’ordine dei medici e accusato fondamentalmente di truffa, è considerato un genio da chi gli riconosce i primi sforzi verso una classificazione della risonanza emessa dagli organismi viventi. Organo per organo, Abrams aveva individuato le patologie in base agli errori di radiazione rilevati con la sua tecnica di diagnostica. Di abbandonato, nelle teorie di Abrams, c’è l’impiego dell’elettricità come linguaggio di dialogo nelle relazioni tra organismi. Fondamentale, nella tradizione radionica, il suo approccio tassonomico a questa disciplina. Criticato, ma ancora riconosciuto quale esperto biologo, è il saggista britannico Rupert Sheldrake, divenuto ricercatore studiando tra i banchi di Cambridge ed Harvard. Già membro della Royal Society, Sheldrake destò scalpore negli anni ’70-’80 parlando di Causalità Formativa. Postulando questa teoria, il biologo inglese definì i campi di energia emanati dagli organismi viventi come “campi morfici”, capaci di organizzare la materia cui appartengono e di cui custodiscono le informazioni sull’organizzazione fisica e comportamentale. Al fianco del DNA, Sheldrake individuò in tali campi morfici un nuovo tessuto di conoscenza sugli organismi, inserendo tra i caratteri di questa comunicazione, invisibile e silenziosa, anche fattori culturali ed evolutivi. Nei campi morfici si iscriverebbero i cambi di abitudini che caratterizzano le specie viventi, rivoluzioni che nel corso dei secoli si trasmettono alle generazioni future, restando nel loro imprinting come se appartenessero loro d’istinto. Mentre dal mondo della medicina [Abrams], dell’ingegneria [Galen Hieronymus] e della biologia [Sheldrake] la radionica riceveva conforto sui suoi percorsi e legittimazione alle sue teorie, tale pratica si è evoluta, venendo anche riconosciuta, in alcune culture e Stati quale terapia di medicina naturale. Ne esistono associazioni diffuse in tutto il mondo, e le sollecitazioni ricevute dalla fisica quantistica hanno determinato un salto di qualità nella loro interpretazione. r the O’ SPA Posto che ogni corpo emette una risonanza, un campo morfico, e che con questo si può comunicare e interagire a prescindere dalla distanza, l’operatore radionico e il radioestesista si pongono al lavoro con tre elementi chiave: il risuonatore o testimone, lo strumento di amplificazione e i ratei delle vibrazioni che l’oggetto di indagine deve ricevere per recepire l’informazione: • il risuonatore è, per esempio, la ciocca di capelli della persona che si vuole studiare [radiestesia] e curare [radionica] a distanza. • Gli strumenti di amplificazione sono diversi, influenzati dalle culture e dalle specifiche. Il loro scopo è quello di aumentare il segnale, di consentire all’uomo di percepire al meglio i raggi emanati dall’oggetto di indagine. Nella sua stereotipizzazione, il radioestesista è raffigurato con in mano un bastoncino di legno biforcuto. • I ratei, tipici della radionica, sono i codici con cui inviare il messaggio. �uesta disciplina si fonda sul concetto, per esempio, che ogni organo umano sano possiede una esatta risonanza. Se questa non coincide causa malattia con il suo spartito originale, l’operatore radionico ha i mezzi per intervenire su quella radiazione e modificarne le informazioni. E qui viene in mente un altro strumento distintivo di questa pratica, con plancia generalmente caratterizzata dalla presenza di indicatori numerici e vari pomelli con cui regolare il tipo di messaggio. Lo scopo dell’operatore è quello di riportare il corpo sulla frequenza ideale, inviandogli la giusta procedura di funzionamento su cui riallinearsi. «L’obiettivo - come dice la dottoressa Alessandra Previdi, presidente della Società Italiana Radionica e Radiestesia - è rimettere in contatto l’organo con la sua forma e funzione primaria». Trasversalità. Al di là dell’ambizione di guardare oltre i perimetri della scienza, gli approcci di ricerca che perseguono le invisibili connessioni tra le particelle che compongono la materia catechizzano sull’esigenza di una visione di insieme più ampia - sia nel concetto di organismo, dove sono stati superati i limiti dei cinque sensi, sia nella molteplicità di aspetti su cui si deve focalizzare l’attenzione, quando si parla di benessere e salute. Non è mai questione di un singolo problema, quanto di una risultanza di relazioni. In Italia, la ricerca medica ha avuto nel Prof. Giuseppe Genovesi un ariete, per quanto riguarda l’apertura verso pratiche diagnostiche e curative non convenzionali. Con studi influenzati da ciò che la fisica quantistica stava scoprendo, Genovesi, deceduto alla fine del gennaio 2018 all’età di 60 anni, ha indirizzato la sua ricerca su una visione più articolata del corpo umano e della sua cura, meno legata ai compartimenti delle discipline e correlata ad un concetto di salute più ampio, imprescindibile dall’alimentazione e dalla predisposizione psicologica. Specializzato con lode in Endocrinologia, in Psichiatria e Immunologia, Genovesi è stato docente e ricercatore di Medicina Sperimentale all’Università Sapienza di Roma, tra i primi in Italia a parlare di sensibilità chimica multipla e malattie ambientali. Le scoperte sulla comunicazione tra particelle correlate tra loro accompagnarono Genovesi nell’osservazione di quelle pratiche di radionica che, su quelle teorie, trovavano vivace applicazione. Affiancando la terapia radionica a una dieta alimentare e ad altri interventi che consentivano l’acquisizione di una condizione molecolare che predisponesse correttamente le cellule, Genovesi osservava come la medicina dovesse prendere il coraggio di guardare con minor sospetto a queste alternative. La realtà è che abbiamo scoperto un ambito in cui trovare risposte a fenomeni conosciuti da secoli. La necessità è mantenersi sapienti e porre le domande giuste, dietro le quali procedere, senza temere le verità cui si rischia di andare incontro.

RkJQdWJsaXNoZXIy NDUzNDc=