28 29 Tutti a beatificarla, inebetiti dalla presenza del potassio e della vitamina B6. Standing ovation ininterrotta, perché mantiene la pressione sanguigna nei giusti parametri e contribuisce alla sintesi della cisteina e al metabolismo dell’omocisteina. Ok, facciamo gli ultimi cinque minuti di applausi alla mela, ma poi prendiamoci una pausa dalla sua esaltazione. Resettiamo il giudizio su di lei, mettiamoci distacco e guardiamola come se fosse la prima volta, prendendo in considerazione anche l’altro lato, quello della mela come strumento delle intenzioni maligne, che quando appare scatena gli eventi della tragedia. Resettiamo il giudizio, poniamoci nelle condizioni di vedere la prospettiva del potassio, ma anche quella del verme. La mela può essere infatti un frutto infame. Guardare le cose con occhi nuovi è una pratica che rende affascinanti e risulta utile per crescere. Un gioco non convenzionale, dove gli insegnamenti aumentano mano a mano che si avanza con l’età, dove i progressi fatti non assottigliano l’entusiasmo. Non bisogna porsi obiettivi finali nel rielaborare un’opinione, non si deve indagare avendo già in mente chi è l’assassino. Al termine del percorso si può anche ritornare al punto di partenza, alla valutazione iniziale, ma intanto si è cresciuti, sono aumentate le considerazioni e le scoperte. Si tratta di confronto, e quindi di intelligenza. Aggiornare un’opinione consolidata richiede due esercizi iniziali: il primo è cancellare dalla mente l’immagine che si ha dell’oggetto di indagine e del suo insieme di caratteristiche. Non si deve dimenticare come è fatto e da quali elementi è composto, ma solo formattare l’idea che si ha di lui, lei, esso o essa. Il secondo esercizio è riprendere in mano caratteristiche ed elementi che formano l’oggetto di indagine e descriverli come farebbero gli archivisti, dettagliando senza commento. Si potranno scoprire nel corso di questa procedura molte novità, si può capire come sono fatte le cose e le persone, come reagiscono agli impulsi e perché. A queste due fasi primarie si aggiunge una terza condizione: operare senza pregiudizio, senza mettere la propria visione tra gli occhi e il soggetto. È in questo modo che si può accertare l’effettiva validità e completezza dell’immagine che si ha della mela. Frutto anche infame, non solo nutriente naturale di straordinario valore. A scomporre e assemblare i pezzi della mela, di spunti capaci di generare sospetto e antipatia se ne possono trovare parecchi. • Nome di battesimo: malum, sostantivo latino neutro, seconda declinazione. Mela come estensione di frutto. La mela fa tanto bene, ma il suo significante è lo stesso del male. Doveva quindi essere già chiaro all’umanità che quel frutto non era da sottovalutare, era da indagare a fondo andando oltre il potenziale nutritivo, scandagliato dalla chimica ed elevato a unico metro di giudizio della mela, frutto dal doppio gioco, che fa star bene in terra ma che scatena gli dei. • La mela ha il doppio volto, in primis, perché è un ‘falso frutto’, e lo dice la biologia. Il vero frutto è il torsolo, è lui che si dà realmente da fare per proteggere e nutrire il seme. La mela è il risultato dell’accrescimento dell’ovario ma anche del ricettacolo; definirla ‘frutto’ non è dunque corretto. E avanti. • La mela come simbolo di invidia, come strumento dei cattivi. �uando nella trama serve una svolta, spesso al centro dell’incrocio c’è una mela. La porse la strega a Biancaneve, la lanciò Eris alle nozze di Teti e Peleo, fu eletta a frutto proibito nelle interpretazioni del Vecchio Testamento e la pose il balivo Gessler sulla testa del figlio di Guglielmo Tell. Non sempre andò a finire bene. A lieto fine sono andate la favola Disney e la liberazione della Svizzera, mentre dopo la mela gli scenari divini hanno visto solo umana solitudine ed epica distruzione. • Con una mela avvelenata con cianuro di potassio si suicidò, negli anni ’50 del secolo scorso, Alan Turing, padre dell’informatica, condannato per omosessualità. • La mela potrà pur togliere il medico di torno, ma porta guai. Anche Let it be, distribuita dalla mitologica Apple Records, e l’iPhone bisticciarono per la sua forma. Dall’analisi distaccata emerge un primo dato qualitativo: la mela mostra il suo lato peggiore quando l’umanità scrive su di lei. Lei che si differenzia per la quantità di fibre, potassio, rame e vitamina B6, e che solo nell’epica scatena l’odio o ne diventa il simbolo. C’è dunque un motivo per diffidare della mela o per salvarla dalle velenosità con cui l’uomo la contamina, ma a suon di parlarne bene non ce ne accorgevamo. Esattamente come abbiamo perso per strada dettagli aurei del frutto e della sua pianta, come il fatto che sia il primo alimento a nutrire il neonato dopo il latte materno. �uando un elemento gode di giudizio universale elevato, è il momento esatto in cui si inizia a perdere lucidità di analisi e prima o poi è necessario eseguire una riconsiderazione. Commentando sempre bene le cose – e vale anche con l’opinione negativa – si rischia di non misurare la realtà a dovere e di perderne dei pezzi. �uando l’uomo smette di farsi domande, inciampa nei lati oscuri e non scorge più le belle sfaccettature. E questo accade anche con le mele. Alcuni possono infatti sbalordirsi per le seguenti affermazioni. Nel mondo, di mele se ne coltivano circa 7mila varietà, per una produzione di 75,5 miliardi di tonnellate. Il primo melo, il Malus sieversii, germogliò in Kazakistan, sviluppando le prime radici di questa pianta giusto 65 milioni di anni fa. La documentarista Catherine Peix disse che «Una foresta di mele è come l’umanità, piena di diversità». E se qualcuno si era già imbattuto in questi dettagli, in pochissimi sanno descrivere la Tien Shan, la catena montuosa dove sorge Almaty, ‘il posto delle mele’, la città kazaka indicata come luogo di origine del primo Malus sieversii. Eppure è il suolo di uno dei frutti più diffusi al mondo. L’area di Almaty si estende da 500 a 1.700 metri sul livello del mare e offre inquadrature, uniche in terra, di boschi di meli, piante a cespuglio e a tronco unico, con esemplari vecchi tre secoli che ancora danno frutti, alcuni con un’inattesa polpa violacea. Le varietà di frutti, le scale cromatiche della maturazione – e, prima ancora, della fioritura – rendono questo posto uno dei luoghi definiti tra i più simili al Paradiso Terrestre, e trattandosi di meli la cosa non sbalordisce. Chissà cosa sarebbero oggi questi frutteti selvaggi, se l’Armata Rossa non ne avesse abbattuto il 70% della superficie per approvvigionarsi di legname. Delle mele non ci si può fidare; o meglio, bisogna informarsi su quanto l’umano e/o il divino ci abbiano messo le mani, perché è solo attenendoci alla cura di Madre Natura – e non solo per quanto riguarda la mela – che questa pianta dà il meglio di sé. al nocciolo to the core
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