Ossigeno #4

49 stage name nome d’arte Sommersi nel magma di quella società liquida predetta da Zygmunt Bauman all’alba del millennio, quanta terra ha ancora il concetto di ‘confine’? �uali sono i confini della terra, nella sacra e violentata mobilità degli uomini, e quali quelli dell’arte, se ‘plastico’ è sempre più ‘liquido’? Occorre una riflessione capace di innescare la santità del dubbio che l’arte, come la terra, sappia abbracciare ciò che sconfina da definizioni ormai logore; e mentre una società liquida poco cosciente della sua stessa storia sembra non riuscire a fare i conti con la sua umanità, l’arte si misura sempre più coscientemente con i suoi interstizi, ricalibrandosi su quegli spazi di risulta che un tempo definiva ‘confini’. Sono i loro bordi labili, quelle zone grigie di frontiera, a farsi luoghi dinamici di produzione di opere considerate illegittime dal sistema, non meritevoli del titolo di “opere d’arte” per chi non è ancora stanco di tracciare confini esausti. Ma come spesso accade, quando oggi si parla di legittimità, le opere più potenti sono quelle che innescano larghi circuiti di significato e di collegamento, amplificando la loro forza per la loro congenita incapacità di etichettatura, elevando il loro rango ad esperienza di narrazione totale. Sublimi, nel loro significato originale: sub-limen, lì, sul confine. Le creazioni di Iris van Herpen [Wamel, 1984, vive e lavora ad Amsterdam], compendi di alta sartorialità, arte contemporanea e tecnologia avanguardistica, sono pura Gesamtkunstwerk: opere totali. Nata e cresciuta in un borgo di poco meno di 2.000 abitanti sul fiume Möhne, il suo studio ad Amsterdam, fondato nel 2007 dopo la laurea e due apprendistati – uno dall’artista visiva Claudy Jongstra, uno al fianco del genio di Alexander Mc�ueen – guarda al lago IJ. L’acqua, in perenne trasformazione, è il suo elemento. E se fiumi e laghi sono spesso serviti per imporre confini a tavolino, solo menti luminose sono capaci di sovvertirne la visione in ponti, in porti, in conduttori di energia, in contatto. In fusione fertile, non in separazione sterile. Dall’acqua affiora il primo progetto creativo multidisciplinare del suo atelier, declinato nel 2010 nella collezione Crystallization in collaborazione con la Benthem Crouwel Architekten, firmataria dell’ampliamento dello Stedelijk Museum di Amsterdam. Un’architettura denominata Bathtub, che la van Herpen ha tradotto in abito modellando a caldo, a mano, il polietilentereftalato, raffinato trompe-l-œil di un tuffo cristallino. Un’elegante onda d’urto che l’ha immediatamente trasportata nel calendario stabile della Paris Haute Couture dal 2011 – anno in cui ha presentato la collezione Escapism all’interno della quale, prima nella storia della moda, ha realizzato creazioni sartoriali interamente stampate in 3D – e in altrettante collaborazioni interdisciplinari [ancora nell’architettura con Daniel Widrig, Neri Oxman e, stabilmente, con Philip Beesley, assieme al quale ha avviato un fertile dialogo con il CERN – Conseil Européenne pour la Recherche Nucléaire; nella musica, ripetutamente, con Björk; nel cinema, tra gli altri, con Luc Besson e Tilda Swinton; nell’arte con Marina Abramović, Lawrence Malstaf, Nick Knight, e nella danza, con Nanine Linning, Benjamin Millepied, Sasha Waltz, Sidi Larbi Cherkaoui]. Danza, componente essenziale del tragitto immaginifico della van Herpen, nella misura in cui ogni sua creazione è dinamica rispetto al corpo che vivifica. Adolescente, Iris van Herpen ha studiato a lungo balletto, oltre che violino e pittura; giovane donna, svezzata al bello sartoriale da una nonna collezionista di abiti vintage, ha conseguito la laurea in fashion design all’ArtEZ, ad Arnhem: «Capii che attraverso la moda avrei potuto allo stesso modo dipingere e scolpire, e che avrebbe rappresentato la strada ideale per concentrarmi sul corpo». Il corpo come tela, o come materiale da plasmare; il corpo come opera che danza, che sostiene, che vive di una visione oltre confine attraverso un abito non più perimetro rigido ma terza dimensione, che non si ripiega ai canoni valutativi della moda ma a quelli dell’avanguardia artistica. Ne è prova il fatto che, oltre al conseguimento di 17 prestigiose onorificenze non solo nell’alta sartoria, ma anche e soprattutto nell’intelletto [tra cui il Time magazine Best Inventions, 2011; l’inclusione nella Wired Smart List, 2013; la menzione di Apple, nel 2014, tra gli innovatori del millennio] e dell’arte stessa [uno su tutti, il Johannes Vermeer Prijs nel 2017], ulteriore e definitiva dimostrazione di una totale assenza di confini nella sua visione è la collocazione stessa delle sue creazioni, custodite non solo – e non tanto – in lussuose cabine armadio, quanto in eclatanti collezioni museali, con curatele del calibro di Hans Ulrich Obrist e Zaha Hadid [Maison Mais Non, Londra, 2016] e Harold Koda, direttore del Costume Institute del MET dal 2000 al 2015, che la definisce «un’artista concettuale, il cui medium è l’abito». Ad oggi le sue creazioni sono state esposte in 79 mostre collettive in templi internazionali dell’arte quali, tra gli altri, il Victoria & Albert Museum [2015] e la Barbican Art Gallery [2016] a Londra; il MoMA – Museum of Modern Art [2015] e il MET - Metropolitan Museum of Modern Art [2016] a New York; il Palais de Tokyo [2015], il Centre Pompidou [2013] e il Club Silencio di David Lynch [2013] a Parigi; The Bass Art Museum a Miami [2014], il Museum Boijmans Van Beuningen a Rotterdam [2012, 2013, 2014], La Venaria Reale a Torino [2017], il Belvedere Museum a Vienna [2017], il BOZAR Centre for Fine Arts a Bruxelles [2016, 2017], il Centraal Museum di Utrecht [2010], il Groninger Museum a Groninga [2011]. È proprio da quest’ultimo, in collaborazione con l’High Museum of Art di Atlanta dove ha fatto tappa nel 2015, che irradia Iris van Herpen: Transforming Fashion, mostra antologica itinerante che, dopo l’Europa, sta ora circuitando nelle istituzioni museali del Nordamerica e del Canada, habitat ideali per percepire intimamente la statura della designer infinite volte più che dal front-row di una passerella. Una retrospettiva come percorso diacronico della sua carriera estetica e compositiva che incornicia, in una resa curatoriale misurata e dinamica, 45 creazioni selezionate da 15 collezioni disegnate tra il 2008 e il 2015. Un viaggio nell’oltremoda fatto di materiali cyber, di stampe 3D e di ricami certosini, di cimatica e di biomorfismo, di filamenti impazziti da sartoria e di componenti seriali da ingegneria, di pratiche scultoree, di torsioni plastiche. Sperimentazione techno che attecchisce su forme e volumi protesici, su orditi cibernetici, sui movimenti vivi delle sue creazioni. Come i migliori romanzi di letteratura distopica, come le più armoniche sonorità electro, Iris van Herpen manda al diavolo non solo i confini interdisciplinari ma anche quelli spazio-temporali e, sibilla nordica ipercontemporanea, nelle sue mani rende raffinatamente presente la liquidità del futuro. www.irisvanherpen.com 48 Id. no. NOME, COGNOME, GENERALITÀ. Iris van Herpen, Hybrid Holism, autumn/winter 2012/2013 transparent acrylic sheets, tulle, cotton credits: Bart Oomes, no.6 Studio - courtesy: Iris van Herpen

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