66 67 stage name philip beesley, hylozoic ground, venice biennale, 2010 nome d’arte la statua da lui scolpita potesse animarsi», dice Beesley che nel 2010, all’interno del padiglione canadese della Biennale d’Architettura di Venezia ‘People meet in architecture’, ha presentato Hylozoic Ground, giungla elettrica viva di microsensori, fronde, filtri e vibrisse in maglia acrilica trasparente che si nutre dell’aria circostante, filtrandola e trasformandola. Una grande rete di migliaia di cuspidi fornisce supporto ad ampolle contenenti materiale inorganico che si autoriproduce in cellule sintetiche primarie; queste, a loro volta, convertono il biossido di carbonio in sostanze innocue simili al calcare. Un sistema di intelligenza artificiale diffusa, irradiato in evanescenti microprocessori sensitivi, consente all’ambiente di percepire la presenza umana e di reagire ad essa accarezzandola con lievi fruscii e ondeggiamenti ad ogni contatto; scambi metabolici ibridi ed empatici propagati in onde peristaltiche da un reticolo di valve e pori cinetici, creando un sistema di pompaggio che aspira aria, umidità e materiale organico attraverso membrane ilozoistiche di filtraggio. Una cattedrale cristallizzata di stalattiti biosintetiche, che accoglie – come una chiesa, o come una grotta – ogni biodiversità. Una barriera corallina astratta, con cicli vivi di apertura e di stasi, di filtraggio e digestione, oscura e rassicurante come una conca amniotica. Un involucro architettonico robusto e sensitivo, basato su uno scambio di tipo profondamente sensuale e sensibile con gli oggetti, i cui sviluppi spaziano dall’architettura pubblica e privata al design sostenibile, dal geotessile alla scienza dei materiali, all’ingegneria ambientale, alla robotica, alla psicologia e alla biotecnologia; grazie alle caratteristiche di assemblaggio di Hylozoic Ground, ai suoi grappoli di colonne e alle volte iperboliche, si potrebbero creare luoghi sociali intimi, ampie sale o piccole stanze dove riunirsi, riposare, raccogliersi. Hylozoic Ground «è senz’altro un progetto utopico. Però, se da un punto di vista accademico la parola utopia significa “non-luogo” e può esprimere l’ingenua arroganza di chi crede di poter creare un mondo ex novo, io preferirei parlare di ‘eutopia’, termine che implica un senso di speranza». Del resto, come scrisse Alphonse De Lamartine sul finire del Secolo dei Lumi, «Le utopie non sono spesso altro che verità premature». that, in 2010, inside the Canadian Pavilion of the Venice Architecture Biennial 'People meet in architecture', presented Hylozoic Ground, a living electric jungle made by a transparent acrylic mesh of microsensors, fronds, filters and whiskers fed by the surrounding air, filtering it and transforming it. A large network of thousands of cusps provides support for ampoules containing inorganic material self-reproducing in primary synthetic cells; these, in turn, convert carbon dioxide into harmless substances, similar to limestone. A diffused artificial intelligence system, irradiated in evanescent sensitive microprocessors, allows environment to perceive human presence and react caressing it with slight rustles and undulations at every contact; hybrid and empathic metabolic exchanges propagated in peristaltic waves by a grid of kinetic valves and pores, creating a pumping system picking up air, moisture and organic material through filtering hylozoic membranes. A crystallized cathedral of biosynthetic stalactites, which welcomes – like a church, like a cave – every kind of biodiversity. An abstract coral reef with living cycles of openness and stasis, filtering and digestion, dark and reassuring like an amniotic basin. A robust and sensitive architectural envelope, based on a deeply sensual and sensitive exchange with objects, whose developments range from public and private architecture to sustainable design, from geotextile to science of materials, environmental engineering, robotics, to psychology and biotechnology. Thanks to the assembly characteristics of Hylozoic Ground, to its bunches of columns and its hyperbolic vaults, intimate social places could be created, large areas or small rooms where you can meet up, rest, gather. Hylozoic Ground «certainly represents a utopian project. However, if from an academic point of view the word ‘utopia’ means "nonplace" and can express the naive arrogance of those who believe they can create a world from scratch, I would prefer to speak of 'eutopia', which implies a sense of hope». After all, as Alphonse De Lamartine wrote at the end of the Century of Enlightenment, «Often, utopias are nothing but premature truths». «Fino a poco più di due secoli fa, era il campo limitato dell’artificio [la città dentro le mura] ad essere percepito come lo spazio amico entro cui la vita appariva protetta; ed era il campo illimitato della natura [tutto ciò che era fuori dalle mura] lo spazio ignoto dove il pericolo di morte minacciava l’esistenza. […] Con la mutazione genetica della città in metropoli, la condizione spaziale si è capovolta: è l’ipermetropoli che fa paura, è l’habitat umano [il costruito, l’artificiale] ciò da cui proviene ormai la minaccia più grave per la vita4». È a partire da questa considerazione, di campo sociologico e percettivo, che muove l’esigenza progettuale di una ri-naturalizzazione dello spazio artificiale, responsabile del 40% dell’impronta ecologica umana. Il carattere liquido, metamorfico e instabile della società, perfettamente analizzato da Bauman, si materializza così nella recente tensione di un’architettura transformata e transmutata rispetto all’eterna opposizione naturale/artificiale, generando incantevoli alternative che allargano i confini della mera disciplina delle costruzioni. Non si tratta solo di accarezzare il paesaggio all’interno del quale l’architettura va a inserirsi, come testimoniano le opere di architettura organica di Santiago Calatrava o di architettura geomorfica – come fra tutti, il Museo Klee a Berna di Renzo Piano e il Museo dell’Evoluzione Umana a Burgos di Jean Nouvel – quanto piuttosto di modificare radicalmente il linguaggio del costruire, sostituendo a verbi come ‘intrecciare’, ‘sovrapporre’, ‘tessere’, ‘incanalare’, azioni quali ‘respirare’, ‘sudare’, ‘traspirare’, ‘digerire’. Un filone di ricerca maggiormente orientato all’interazione fertile con discipline quali la biologia e la tecnologia; un filone all’interno del quale si muove la ricerca di Iris van Herpen nel campo della biologia sintetica, volta alla realizzazione di tessuti prostetici ed ecosostenibili, ed entro il quale, nell’architettura, sono punti di riferimento François Roche, Neri Oxman e Philip Beesley, nella progettazione di architetture viventi che sfruttino il meccanismo vitale e relazionale della simbiosi attraverso l’impiego di micro-organismi attivi, come alghe e batteri, e di componenti edilizi ultratecnologici, vivificati nelle abilità di respirare, sudare, traspirare, digerire. «La spinta a voler creare un oggetto che prenda vita esiste da sempre, a partire dal mito di Pigmalione, che pregò gli dei affinché «Until just over two centuries ago, it was the limited field of artifice [the city within the walls] to be perceived as the friendly space within which life appeared to be protected; and it was the boundless field of nature [all that was outside the walls] the unknown space where the danger of death threatened existence. [...] With the genetic mutation of the city in metropolis, the spatial condition has turned upside down: it is hyper-metropolis that scares us, it is human habitat [the built, the artificial] the most serious threat to life4». Starting from this sociological and perceptive consideration moves the planning demand for a renaturalization of the artificial space, responsible for 40% of the human ecological footprint. The liquid, metamorphic and unstable nature of society, perfectly analysed by Bauman, takes shape into the recent tension for a transformed and translated architecture towards the eternal natural/artificial opposition, generating attractive alternatives expanding the boundaries of mere building discipline. It is not just a matter of caressing the landscape within which architecture is inserted, as evidenced by the works of organic architecture by Santiago Calatrava or by geomorphic architecture – as, among all, the Klee Museum in Bern by Renzo Piano and the Museum of the Human Evolution in Burgos by Jean Nouvel – but rather to radically modify the language of building, replacing verbs such as 'interweaving', 'overlapping', 'weaving', 'channelling', with actions such as 'breathing', 'sweating', 'transpire', 'digest'. A line of research more oriented to fertile interaction with disciplines such as biology and technology; a vein in which moves the research of Iris van Herpen in the field of synthetic biology, aimed at the realization of prosthetic and eco-sustainable fabrics, and within which, in architecture, points of reference are represented by François Roche, Neri Oxman and Philip Beesley, in designing living architectures exploiting vital and relational mechanism of symbiosis through the use of active micro-organisms, such as algae and bacteria, and ultra-technological building components, vivified in the ability to breathe, sweat, transpire, digest. «The drive to create an object coming alive has always existed, starting from the myth of Pygmalion, who prayed to the gods so that the statue he sculpted could be animated», says Beesley 4 Donatella Mazzoleni, Natura Architettura Diversità, ed. Electa, 1998 Philip Beesley, Hylozoic Ground: installation view of the Canadian Pavillion, Venice Biennale, 2010 Courtesy: PBAI – Philip Beesley Architects Inc., Toronto
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