74 75 «Il regno delle cose è l’impero di una sessualità senza orgasmo», scriveva nel 1992 in un volume fondamentale, Il sex-appeal dell’inorganico, quel gigante dell’estetica italiana che fu Mario Perniola, mutuando il titolo da un concetto contenuto nei Passagen-Werk di Walter Benjamin – altra opera estetica fondamentale, all’interno della quale le coordinate spazio-temporali coincisero con la Parigi degli anni '20 e '30 quale avamposto del regno delle cose: la Moda. Nella torbida relazione tra l’uomo e l’oggetto, fatta di feticismi e sadomasochismi vari analizzati morbosamente da Marx in poi, in sæcula sæculorum, l’abito/status-symbol è feticcio idolatrato, totem tribale per dichiarare potenze e appartenenze, indistinguibile dalla pelle come tessuto – o dal tessuto come seconda pelle. E come ogni feticcio che si rispetti, l’abito è investito di una pulsione sessuale che Perniola definisce necessariamente neutra5 in rapporto a quello che, per quanto squisitamente confezionato, resta pur sempre un oggetto. Una sessualità sospesa, artificiale, esperienza estatica più che estetica, priva di senso ma carica di sesso: «Le vesti dei nostri corpi, liberate dal tempo e sospese in un incanto senza attesa, sono l'oggetto di un investimento sessuale infinito ed assoluto che potrebbe sembrare più consono a un sarto, a una modista, a un tappezziere impazziti che a un filosofo». Il sex-appeal dell’inorganico, appunto. Poi è arrivata Iris van Herpen, che più di ogni altro protagonista presente della moda ha reso futuro tale appeal potenziando l’oggetto-abito di una carica seduttiva che risponde ad altri canoni, più connessi con l’era digitale nella quale siamo immersi. Una carica elettrica nel senso di elettronica, un flusso magnetico secondo le leggi della fisica, capace di attrarre a sé anche i cultori del nuovo inorganico: il tecnologico. La new couture di Iris van Herpen sovrappone l’umanità del drappeggio all’artificialità della stampa 3D per dare corpo a un nuovo feticcio, ibrido tra tecnica magistrale e alta tecnologia. Scardinando l’idea di ‘sensualità’ legata alla sinuosità di un corpo, gli abiti della van Herpen cantano il corpo elettrico, parafrasando Walt Whitman, non esaltandone la mera carne ma l’energia latente, magnificandola in volumi protesici che dilatano spalle e fianchi, amazzoni cyborg in splendide armature o in esoscheletri hi-tech connesse alla banda larga, ma prima di tutto al loro campo energetico. Il techno-appeal dell’inorganico, appunto. «È intorno al mio corpo che le cose si dispongono, è rispetto a lui – e rispetto a lui come rispetto a un sovrano – che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un indietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo», scrisse Foucault nel suo Il corpo, luogo di utopia. Zenit della sua ricerca, in van Herpen il corpo, più che utopico, sembra provenire dall’iconografia della grande letteratura o della grande cinematografia distopica. Come con il cranio di guttaperca di J.T. Maston in Dalla Terra alla Luna di Jules Verne, imbevuto della sublime ritrattistica fiamminga dalla quale la designer olandese discende, le sue sono electro-Vanitas, capaci di restituire iper-contemporaneità alle Vanitas fiamminghe. E come le invulnerabili corazze del Capitano Nicholl nel romanzo di Verne, e come lo scenario steam-punk ibridato di elementi di estetica viscontiana post-barocca in Dune di David Lynch, le creazioni di Iris van Herpen celebrano la mente a partire dal corpo di cui si fanno raffinate protesi. La lettura delle creazioni di Iris van Herpen in tal senso, del resto, non fa che esaltarne la radice fetish nell’accezione più pura del termine, etimologica e antropologica, dal momento che – come rileva anche Lidewij Edelkoort nel suo Fetishism in Fashion – le tribù africane battezzavano fetisso un oggetto investito di poteri magici, energetici, taumaturgici, indossando il quale il corpo venisse magnificato, restituendo santità alla carne. Per il corpo, con il corpo, del corpo: non esiste santità senza liturgia ad essa correlata, e le messe techno di Iris van Herpen si traducono in presentazioni di collezioni, nei templi della Haute Couture parigina, ciascuna battezzata con la sacra ispirazione scientifica da cui discende, le cui eucaristie sono ibridi tra acciaio e seta, magneti e pelle, polveri ferrose e resiniche transustanziate in abiti da elevare a performance artistiche; «Iris van Herpen conferisce al suo lavoro una qualità antigravitazionale, nella misura in cui esso ha luogo nel futuro. Il suo uso del corpo possiede una dimensione scientifica», ha detto di lei in una recente intervista la sacerdotessa della performance art Marina Abramović. In Chemical Crows l’approccio fu duchampiano, insieme dadaista ed alchemico, nel trasformare oltre settecento bacchette di ombrello in morfologie stilizzate di ali dorate. Per la mozzafiato Refinery Smoke van Herpen ha presentato volumi fluttuanti e fumosi, antigravitazionali, realizzati in maglia di metallo intrecciata e plasmata ai limiti dello stremo, donando evanescente forma a nuvole di fumo industriale. Dapprima argentei, nel corso del tempo il loro colore sta virando sempre più verso il ruggine. «Prima o poi diverranno polvere», ha dichiarato con soddisfazione. Attratta da materiali il cui controllo risulti complicato e imprevedibile – l’aria, l’acqua, il flusso energetico, al punto tale che sta da tempo collaborando con un’azienda canadese specializzata in mimetica militare, nella possibile realizzazione di un tessuto che sia in grado di rendere invisibili – ha reso materia l’immateriale in collezioni come Radiation Invasion, che indagava il fascio radioattivo da cui siamo quotidianamente avvolti; Synesthesia, condotta sul potenziamento delle percezioni sensoriali; Voltage, attraverso una performance di Carlos van Camp con bobine di Tesla ad alto voltaggio; Magnetic Motion, inserendo nella resina ancora calda degli abiti polveri ferrose che, sottoposte ai fenomeni magnetici di attrazione/repulsione, evolvevano in forme caotiche impossibili alla replica; la poetica Lucid, traducendo la capacità di sognare ad occhi aperti attraverso l’impiego negli abiti di lenti OLF, che modificano la percezione del reale interagendo con la luce; Seijaku, concetto giapponese che indica lo stato di serenità nonostante il caos circostante, ispirata alla cimatica, secondo la quale il suono dà forma alla materia attraverso onde sonore rese come grafismi geometrici, la cui complessità è direttamente proporzionale all’aumento della loro frequenza. E poi Biopiracy6, riflessione su quanto possiamo ancora dirci in esclusivo possesso delle nostre identità sovraesposte: in essa, in collaborazione con Lawrence Malstaf, la designer ha presentato modelle letteralmente sospese sottovuoto, come alieni in quarantena, come feti in un grembo traslucido; e ancora Aeriform, resa incantata dall’ensemble danese Between Music i cui componenti erano ciascuno immersi in enormi vasche, a sfidare ogni legge fisica suonando melodie occulte su strumenti appositamente concepiti, come un arcano canto delle sirene. Performances elettricamente poetiche, creazioni raffinatamente etiche. La sostenibilità, attributo fondamentale nella ricerca di van Herpen, passa attraverso un taglio al laser, si materializza da una stampante 3D, traduce violenti piumaggi organici in etereo silicone inorganico, mantiene altissima e profondamente umana la qualità del processo, assecondando la dilatazione dei tempi propria della manifattura additiva. Una nuova idea di lusso, proveniente dalla sovranità conferita al processo rispetto all’esito. Nell’atelier di Iris van Herpen, come in un laboratorio scientifico e avulsi dalle cadenze militaresche della moda, ci si prende la libertà - evoluzionista di matrice darwiniana, o positivista di matrice popperiana - di lavorare sull’errore, sperimentandolo, lasciandolo sedimentare, riprendendolo a tempo debito, ascoltandone il messaggio. Il tattile diventa digitale. L’optical si trasforma in glitch. Un Arabesque di Debussy elettrificato dalla Music Animation Machine di Malinowski; l’armonia d’insieme resta immutata. Puoi percepirne le onde di propagazione. Nel buio amniotico che avvolge e precede una creazione, quella che sfila in nome di Iris van Herpen è la terza dimensione, l’alchimia dell’organico che muta in inorganico, generando una stella danzante7 dall’appeal fetish e decisamente techno. Il techno-appeal dell’inorganico 5 «La sessualità neutra emancipa la sessualità dalla natura e l’affida all’artificio, il quale ci apre un mondo in cui non hanno più importanza la differenza tra i sessi, la forma, l’apparenza sensibile, la bellezza, l’età, la razza». stage name nome d’arte 6 trad. Biopirateria 7 «Io vi dico: bisogna aver ancora un caos in sé per poter generare una stella danzante» [Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, tr. M. Montanari, I ed. 1891]. Chemical crows [AW 2008-2009] Refinery smoke [SS 2009] Mummification [AW 2009-2010] Radiation invasion [SS 2010] Synesthesia [AW 2010-2011] Crystallization [SS 2011] Escapism [SS 2011] Capriole [AW 2011-2012] Micro [SS 2012] Hybrid holism [AW 2012-2013] Voltage [SS 2013] Wilderness embodied [AW 2013-2014] Embossed sounds [SS 2014] Biopiracy [AW 2014-2015] Magnetic motion [SS 2015] Hacking infinity [AW 2015-2016] �uaquaversal [SS 2016] Lucid [AW 2016-2017] Seijaku [AW 2016-2017 HC] Between the lines [SS 2017] Aeriform [AW 2017-2018] Ludi naturae [SS 2018] Syntopia [AW 2018-2019]
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