Ossigeno #5

Colpevole di essere innocente. �uesto è la fragola, se mai si volesse rendere, con un vicino parente dell’ossimoro, l’ambivalenza di un frutto al tempo stesso simbolo di passione amorosa e innocenza sfrenata. Di certo piace da morire, oppure non piace affatto. Non è un frutto dalle mezze misure e non è neppure un frutto, la fragola. Spudorata infiorescenza della Fragaria, i veri frutti della pianta sono gli acheni disseminati sulla superficie della sua polpa. Sembra di sentirla, matrona del sottobosco: «Ecco i miei gioielli!». Ma quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito: dovrebbe gridare più forte del suo carminio vivo e acceso e della sua forma sfacciatamente a cuore. Una somiglianza così lampante che le è valsa la consacrazione a simbolo dell’amore. E quindi, della vita che da esso origina. E quindi di tutte le cose, le belle e le brutte, le facili e le difficili. O presunte tali, come la fine delle cose stesse, che la si chiami ‘morte’ o che la si chiami ‘inizio di qualcos’altro’. Proprio in questo spazio, incuneato tra l’ancora e il mai più, secondo la mitologia greca e romana nascevano le fragole. Marte ingelosito aveva appena ucciso Adone, Venere disperata stava piangendo tutte le sue lacrime. �uando ecco che da queste presero a nascere loro, le fragole. Infiorescenze cariche di tutte le sostanze in grado di portare anche ai mortali ognuna delle virtù della Dea: bellezza, salute, giovinezza e amore. Vitamina C e flavonoidi non mentono: con loro il tempo appare meno spietato nel suo passare e il corpo ci perdona più facilmente i peccati di gola. Se tutto questo non bastasse, o se comunque dalle fragole si volesse di più, come sempre si pretende dal cuore degli altri, possiamo contare su di loro anche per conservare una mente vigile e un pensiero lucido. Le fragole ci perdonano anche il fatto di non riuscire a mangiarle così come sono e di doverle nascondere sotto una coltre, più o meno leggera, di cristalli di saccarosio, quel «caro zucchero necessario a condirle», la cui mancanza, secondo un gustoso poemetto del Settecento¹, ha fatto sì che questo non-frutto fosse malnoto agli antichi Romani, fatta eccezione per Ovidio che le fa usare da Polifemo come dolce promessa a Galatea: «Tuis manibus mollia fraga leges²». �ualcuno avrebbe dovuto dirglielo, che i loro prati e giardini custodivano uno dei più potenti rimedi naturali per il cuore. Per quello fisico, fatto di fibre muscolari, quanto per quello incorporeo, fatto di sentimenti impalpabili ma vivi e palpitanti. Molto dopo arrivò Paracelso a dire "Nulla è senza un segno, poiché la natura non lascia uscire nulla, in cui non abbia segnato ciò che in esso si trova³": nelle fragole, il rimedio universale per il cuore. E infatti, al tempo, le fragole venivano fatte consumare sia per placare le passioni del cuore nei soggetti troppo ardenti, sia per suscitarle in quelli più tiepidi. Si scopriva ora, per altre vie, quel nesso tra fragole, passione e innocenza che la scienza attuale con i suoi potenti mezzi non ha fatto altro che confermare. Partiamo dunque dall’innocenza - ché a cadere nella colpa si fa presto, quando di mezzo c’è la passione. E chiamiamo in causa William Shakespeare, sommo drammaturgo nonché esperto di passioni, appassionato dell’unica pianta che, a suo dire, fosse in grado di non assorbire il bene e il male dall’ambiente in cui vive: «La fragola profumata fiorisce sotto l'ortica; ed è vicino alle erbe selvatiche, che le piante salutari s'innalzano e maturano di più4». Anche quando, nella tragedia Otello, compare ricamata sul fazzoletto che causerà il tragico epilogo della gelosia del Moro, Shakespeare sta ancora dichiarando l’innocenza della fragola [e con la sua, quella di Desdemona]. È in Francia, col Re Sole e le sue dame, che le fragole perdono la loro innocenza. Per la precisione durante le feste di corte, quando affondare il cucchiaino nelle coppe cosparse di zucchero e panna era invito inequivocabile al cavaliere prescelto. Ciononostante, a noi sembra che ambasciator non porti pena e, a ben guardarle, ci pare che le fragole si salvino anche da sole: quale desiderio perdurerebbe nel suo ardore se si portasse attenzione a quella coroncina di foglioline verdi che le incorona teneramente a mo’ di aureola? Non sembra anche a voi che le assolva completamente, una per una, fino a ricondurle in quella zona franca del tempo di cui fanno parte i ricordi degli anni da bambini? È lì che le hanno collocate anche Ingmar Bergman e John Lennon, con un film da Oscar5 il primo e una canzone da leggenda della musica6 il secondo. Sia nell'uno che nell'altro caso, le fragole fanno, del luogo in cui affondano le loro radici, una porta di accesso al tempo dell'infanzia e ai suoi desideri innocenti. Nei campi di fragole, in assenza dei desideri ormai passati, si possono ritrovare l’ardore e l’ardire per quelli presenti e per quelli futuri. Tutto ciò sapendo pare lecito, e anzi doveroso, figurarsi la fragola come ciliegina morale sulla torta dell’esistenza umana. E ora ditemi, Signori della Corte: può mai questa essere una colpa? 1 Giambattista Roberti di Bassano, Le fragole, 1752. 2 trad. «con le tue mani potrai cogliere succose fragole» [Ovidio, Metamorphoses - Liber XII, v. 815-816]. 3 Paracelso, De natura rerum - Liber IX: De signatura rerum naturalium [III, 7, 131], 1537. 4 William Shakespeare, Enrico V - atto I scena I, 1599. 5 Ingmar Bergman, Il posto delle fragole, 93’, 1957. 6 The Beatles, Strawberry fields forever, 1967. 36 37 to the core al nocciolo

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