Ossigeno #5

47 stage name nome d’arte Creare arte non è mai un atto innocente; è lo scandalo il destino, l’orizzonte di ogni opera. Non può darsi capolavoro senza scandalo, parola abusata tanto quanto stravolta: ma nella sua etimologia skandalon è la pietra d’inciampo, solo un impedimento. Un interruttore. Ciò che ti arresta costringendoti a un frontale con la coscienza, ad accendere una luce, a navigare rotte mai, fino allora, immaginate - al punto che, nella sua ultima intervista a Dix de Der nel 1975, l’ultimo corsaro Pier Paolo Pasolini rivendicò il sacrosanto diritto a scandalizzare per chi crea, e il sublime piacere a essere scandalizzati per chi guarda, perché lo scandalo non rispecchia altro che il topos filosofico del naufragio: «�uando ho fatto naufragio, allora ho ben navigato¹». Da Erasmo a Nietzsche, da Leopardi a Pascal a Pasolini, lo scandalo è un diritto e il naufragio è felice, se la terra cui approdare è quella Santa della propria crescita. �uesta è la storia di un naufragio felice. Di un marinaio che ha saputo santificare i propri scandali, quei cambi di rotta a cui l’arte chiama affinché la meta possa chiamarsi arte. Pietro Sedda [Cagliari, 1969, vive e lavora a Milano], un diploma d’arte conseguito a Oristano, una laurea in scenografia a Brera, conserva delle sue origini un radicato legame con il mare, che ama da una rispettosa distanza [«preferisco osservarlo piuttosto che viverlo»], e con il nero, come è «nero l’animo dell’entroterra». Mare, Nero. Abisso. Familiarità con la profondità, dell’acqua e della carne. È all’origine che Sedda torna, a Oristano, per aprire l’Officina Alzheimer [1998], grembo fecondo di oggetti di design chiamati alla rinascita da materiali di riciclo, da «materiali che avessero una memoria, per crearne una nuova». È nell’origine che Sedda gravita nel ribattezzarsi Pietrolio [2000], nom de plume che combina il suo con quello dello scandaloso capolavoro incompiuto di Pasolini, ordendo guerrilla actions raffinatamente situazioniste nei luoghi dell’arte, in Italia e all’estero. Scandalo: spesso l’arte non permette sopravvivenza. Naufragio: dirottarne la meta, la superficie espositiva, dalla tela alla pelle. Una mappa di unicità epidermiche che diventano tempeste da affrontare, balene da domare sul supporto precario ma vivo del corpo, su cui Sedda come Achab veleggia sapientemente convessità ignote rispetto al precedente orizzonte della tela bianca, tridimensionalità dinamiche rese arte da un patrimonio iconografico sacro e profano, come un palinsesto notturno, e da un tratto riconoscibile, fermo, risolto in maniera raffinatamente prospettica. Londra per tre anni [2003-2006] e Urbino fino al 2008 diventano porti di scalo per approdare a Milano dove, nel 2010, Sedda fonda quello che è già considerato uno dei dieci più importanti tattoo-parlour al mondo: The Saint Mariner, pantheon di icone protettrici di quegli «uomini ermetici assorti in pensieri e sogni fantastici», come Sedda definisce i soggetti di cui è padre ibridando baci languidi con mari in tempesta, volti di pizzo con coiffure retrò, glitch digitali in perimetri fisiognomici, wunderkammer epidermiche che nascono dal ronzio ipnotico degli aghi e che vivranno la loro sur/realtà sotto/pelle. Il mare non conosce confini come non li conosce l’arte di Sedda, per il quale nuovi naufragi felici sono nuove terre vergini da lambire, inedite superfici che accolgono i suoi soggetti per renderle esemplari iconici. Nove sedute di design che hanno risemantizzato la storica 3130 - Grand Prix di Arne Jacobsen per Fritz Hansen [2014], il cui ricavato è andato interamente devoluto a Dynamo Camp. Schiene come boccascena su cui proiettare Nuova Carne, come nel Videodrome di Cronenberg, nella performance Mare, Mare… per Antonio Marras [2016]. I packaging di una linea di prodotti da barba [Special Barber Pack per Gum, 2015] e di un profumo [Saint Mariner per Parfumerie Particulière, 2017] su cui effigiare la sua ciurma di lirici balordi e onirici. Cinque esclusivi modelli della X2 Rebel Edition per BMW [2018]. Una recente collezione di ceramiche che cortocircuitano la classicità formale del servizio buono con l’elettroshock controllato dei suoi soggetti [Cilla Marea per Rosenthal, 2019]. E The Saint Mariner, linea di abbigliamento urban che, da Caronte [primavera/estate 2018] a Domenica [autunno/inverno 2019], dirotta il suo patrimonio iconografico dal supporto immobile della pelle a quello mutevole del tessuto. Come diari di bordo, tre libri d’arte in edizione limitata per Logos e una mostra antologica a Oristano percorrono i porti di scalo di un ventennio navigato in continenti, musei e corpi che è diventato il suo bagaglio di viaggio; scandali e naufragi in pittura, disegno, fotografia e video, come memento propri di quella tradizione iconografica fiamminga che Sedda ama, e per questo dissacra. Un’epidemia epidermica di corpi come sindoni e marine nei volti, narrata mediante una grammatica visiva inquieta e sofisticatissima; storie nere per amanti, racconti noir scritti a china su pelle. «Uomini e donne e animali, estrapolati dai rock-club e dai bar, e dai porti e dalle cartoline degli anni ’20, estrapolati dalle regioni del mondo dell’arte confinanti con la moda e con i luoghi del design. Corpi ricavati da film di serie B, da fotografie di moda underground, dalla televisione in bianco e nero degli anni ‘50. Corpi realizzati con tratti grafici che creano lo stesso impatto di un’immagine di film al drive-in intravisto dall’autostrada. Corpi e volti che si baciano, corpi che cadono, volti che guardano altrove, volti che gravitano. Nei disegni di Pietro Sedda le immagini non rappresentano il mondo, lo creano²». Con la scandalosa ostinazione di chi vuole compiere, ancora una volta e poi ancora, un naufragio in grado di soddisfare un Santo Marinaio. www.pietrosedda.com www.saintmariner.com #pietrosedda 46 Id. no. NOME, COGNOME, GENERALITÀ. 1 Erasmo da Rotterdam, Adagia, I ed. 1508: «cum naufragium feci, tunc bene navigavi». 2 FAM - Francesca Alfano Miglietti, testo critico per L’Opera al Nero 1998-2018 - mostra antologica di Pietro Sedda a cura di Ivo Serafino Fenu, Pinacoteca Carlo Contini, Oristano, novembre 2018.

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