Ossigeno #5

72 73 stage name nome d’arte Il palinsesto televisivo notturno è il mondo che vorrei. Non è per tutti - del resto, i recenti eventi non fanno che ricordarci che l’idea di democrazia dei padri fondatori è ad oggi decisamente naufragata - ma è molto più libero, e infinitamente più raffinato, di quello che una pseudo-democrazia giudica oggi degno di visione. La scorsa notte, ipnotizzata dallo zapping notturno come ogni nottambulo, ogni sonnambulo o ogni sognatore, ho fatto lo splendido incontro - perché la notte è maestra anche in questo - con un documentario su quel cantore della cultura tout-court che fu Gore Vidal. Nel 1995, dal suo paradiso perduto di Ravello, Vidal intitolò la sua autobiografia Palinsesto, argomentando che in letteratura «il palinsesto è un foglio di carta, pergamena etc., preparato per la scrittura e da poter cancellare come una lavagna, […] praticamente quello che fa il mio genere di scrittura. Comincia con la vita; crea un testo; poi una revisione, un ripensamento, cancellando qualcosa, ma non del tutto, dell’originale». È interessante pensare che qualcosa possa essere al contempo tutto e il suo contrario. È proficuo, amplifica i ricettori della mente, permettendoti di guardare con sospetto coloro i quali usano la parola ‘tolleranza’ al posto di ‘rispetto’. �uando sai che tutto è anche il suo contrario, puoi capire che tutti saremo sempre a nord o a sud di qualcuno. Dipende solo dal contesto. Prendi ‘palinsesto’, e il suo spettro cromatico cangiante a seconda del campo semantico a cui si relaziona: bianco in letteratura, come è bianca una pagina da riempire; policromo in televisione, mentre fai zapping di notte, toni tendenti al nero, un telecomando come timone. L’arte di Pietro Sedda è un palinsesto declinato in entrambe le tavolozze di cui si tinge questa parola, monocromo nel suo agire artistico, policromo nel suo patrimonio iconografico. La sua arte è nuda, con negli occhi una tempesta. Sul filo dell’abisso tra purezza e lascivia, essa rimanda all’archetipo del ‘sacro’ di Rudolf Otto, ripreso da Jean Clair in De Immundo: «Il sacer porta con sé l’impossibilità di separare il sacro, il santo, il sacrosanto così come comunemente li intendiamo, dall’impuro, dal maledetto, dall’abominevole. Sacro è ciò che, in un essere vivente o in un oggetto, appartiene insieme ai campi del candido e del marcio, del lecito e dell’illecito, del consacrato e del proibito, del segreto da custodire e dell’osceno da aborrire». Imprescindibile ambiguità per un’arte quale è quella tatuatoria se, fin dalla Bibbia, il primo tatuatore della storia fu Dio e il primo tatuato Caino, con un segno che al contempo ne maledisse la discendenza e ne tutelò la persona6. Tutto e il suo contrario, stigma e scudo, perfino per mano di Dio. La stessa iconografia di Pietro Sedda non si sottrae alla duttilità di cui è figlia; ne è esempio l’uso che fa della svastica tra i suoi soggetti, scandalo solo per chi non sa che su coordinate orientali essa è uno dei simboli più antichi dell’umanità, come saluto al Sole e richiamo al benessere, traviata su coordinate occidentali nelle mani della più odiosa fra le ideologie. È questo, del resto, ciò a cui l’arte chiama, e a cui Sedda non si sottrae: aprire la mente, a partire da un segno. Metodologicamente, l’arte di Pietro Sedda è un palinsesto letterario. Internazionalmente noto per i suoi visi come quinte teatrali, come fossero boccascena di un tableau surrealista, attraverso il suo tratto classico e minimale - traccia di una profonda cultura dell’immagine - Sedda sottrae i connotati da volti impeccabilmente pettinati per renderli perimetro fisiognomico di ricami floreali e di glitch digitali, di amori languidi e di velieri alla deriva, aprendo la questione su cosa realmente faccia un’identità, se basti una faccia o se serva una scena. Il volto diventa totale, mettendo in relazione in maniera imprescindibile l’esterno con l’interno, svuotando di ciò che è stato dato per riempire di ciò che lui, catalizzatore e sciamano, sceglie come connotati più autentici della persona di cui si fa interprete. Ogni tatuaggio di Pietro Sedda è l’iconizzazione di un’immaginazione che si agita sottopelle e che ad essa si sovrappone mediante il suo atto - in primis estetico, ma anche psicologico - di intuirla e portarla allo scoperto. Tela tagliata per Fontana, tela bruciata per Burri, come un palinsesto da scrivere e riscrivere il corpo è tela tatuata per un artista che, mediante il suo gesto, sperimenta territori altri, inventando per essi nuove icone come lingua ufficiale. Ontologicamente, l’arte di Pietro Sedda è un palinsesto televisivo notturno, libero dall’ipocrisia della luce del giorno in materia di ciò che conviene essere o non essere. Canale 1: documentari di genere divulgativo sul mito della natura in tempesta. Canale 2: show cooking sulla digestione lenta della pittura romantica, condita di pop e aromatizzata al rum preferito dall’equipaggio. Ingredienti principali: ritrattistica fiamminga e Bad Painting inglese, motivi vegetamorfi delle decorazioni pompeiane e incisioni botaniche ottocentesche, l’illustrazione pubblicitaria degli anni ’50 e l’iconografia osé di Tom of Finland, le plissettature perfette di Issey Miyake e le distorsioni poetiche di Nam June Paik. Ritrattistica morbosa come quella di Marlene Dumas, iconografica come un San Sebastiano e come un Ecce Homo, profetica come Andy Warhol e gli arcani dei tarocchi, onesta come un Vangelo apocrifo, blasfema come Francis Bacon, Divina come la Commedia e divina come la Dietrich. Mescolare tutto e trasferire su pelle, decorando q.b. secondo l’estro dell’artista - sempre sapientemente misurato. Canale 3: serie tv Netflix sulla storia di Achab che sopravvive alle onde, e al demone che si è creato, e sbarca in un mega-centro commerciale. Seconda puntata: Achab alla kasbah. L’iconografia di Pietro Sedda è puro sincretismo surrealista con punte pop, conscio che vizi e virtù dell’uomo cambiano nome e tempo, ma non sostanza. Canale 4: intervallo – carrellata di landscapes epidermici con sottofondo di soundscapes electro. Canale 5: maratona di film cult: I racconti del cuscino [P. Greenaway, 1995], Il volto di un altro [H. Teshigahara, 1966], Freaks [T. Browning, 1932], �ui êtes-vous, Polly Maggoo? [W. Klein, 1966], �uerelle de Brest [R. W. Fassbinder, 1982], L’Uomo Illustrato [J. Smight, 1969], Un tranquillo posto di campagna [E. Petri, 1968]. A seguire: dibattito in studio sulla capacità mitopoietica del cinema, che Sedda padroneggia da regista magistrale nel mettere in scena, china su pelle, il suo bestiario elettrico, romantico, sapientemente estetico. Canale 6: replica della messa della domenica con omelia sul corpo come Golgota, luogo del teschio e dunque della Vanitas [programma VM18]. Canale 7: trasmissioni in lingua originale sulla traduzione di quella che Lacan ha definito ‘la parola dell’amore’: encore, assonanza francese che sovrappone foneticamente un corps [un corpo, ma anche un cadavere, nel basso continuo di Eros e Thanatos proprio del tatuaggio] all’avverbio dell’insaziabilità, ancora. Dipendenza sottile e piacere proibito, l’opera omnia di Sedda - su pelle viva o su una seduta in pelle, su carta da spolvero o su una tovaglia da tavola, su una ceramica pregiata o sul cotone organico di una t-shirt - è un gioco di specchi, ritratti discronici figli di una sola mente, in un rimando iconografico la cui sorgente è il suo stesso tratto, perché «non vi è grande artista la cui opera non ci spinga a dire: ‘lo stesso, eppure altro’7». Lo stesso, eppure altro. �uello che ci si aspetta ogni notte dalla notte, quando la si accoglie come dimensione propria, quando tutto intorno è silenzio e, finalmente, l’immaginario prende forma. Ma la notte non è che un contesto; quello che conta, nell’arte, è il palinsesto. 6 «'Chiunque ucciderà Caino, riceverà una punizione sette volte maggiore'. Allora, il Signore mise un segno su Caino, affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse» [Genesi, 4:15]. 7 Gilles Deleuze, Marcel Proust e i segni, I ed. or. Presses Universitaires de France, 1964. palinsesto [zapping nella notte]

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