Ossigeno #6

105 versi ambigua. Alcuni mentalisti lo propongono come viaggio nel mondo del paranormale, ma io ho sempre tenuto le distanze da quel tipo di rappresentazione, perché sento una responsabilità nei confronti del pubblico: qualcuno potrebbe prendere alla lettera ciò che vede sul palco e convincersi di cose a cui io per primo non credo e che non mi appartengono - come il sovrannaturale sovrannaturale, l’esoterismo, l’esoterismo, la superstizione. Per questo motivo, ciò che presento è un mentalismo in chiave psicologica. �ualche ragazzo mi ha scritto di aver scelto la facoltà di psicologia dopo aver visto un mio show, e in quei momenti penso a quale impatto [negativo] avrei potuto avere, se avessi improntato diversamente il mio stile. Tesei, qual è, secondo lei, il più grande inganno? Forse, pensare che la realtà che ci pensare che la realtà che ci circonda sia qualcosa di oggettivo, un mondo da navigare come esploratori. In parte è così, ma le cose che danno senso alla vita abitano in livelli di realtà che non si devono scoprire, ma costruire. La realtà si plasma sulla base La realtà si plasma sulla base dei nostri pensieri. Dentro la nostra mente costruiamo mondi inventati che hanno effetti concreti. �uesta, secondo Lou Marinoff Lou Marinoff, è la definizione di psicoterapia, ma in fondo ognuno è il primo psicologo di se stesso. In questo senso, le parole - intese come linguaggio interpersonale, ma anche intrapersonale - hanno una funzione non solo descrittiva, ma anche performante. Non è un caso che i regimi totalitari abbiano sempre cercato di limitare il numero e la qualità delle parole. Il filologo Victor Klemperer Victor Klemperer scriveva: «Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. […] Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico4». Una descrizione che, mi pare, si possa applicare anche ai giorni nostri, e a quella politica in Italia a quella politica in Italia dal linguaggio ugualmente tossico. �ualità delle parole, dunque, ma anche quantità: l’antropologo Robert I. Levy Robert I. Levy, negli anni Cinquanta, intuì che l’alto numero di suicidi registrato a Tahiti era dovuto al fatto che quella popolazione aveva parole per descrivere il dolore parole per descrivere il dolore fisico, ma non per il dolore psichico5. Non avere le parole significava non essere in grado di identificare, contestualizzare, comprendere e quindi gestire ansie, depressioni e tutta la gamma di dolori dello spirito. Il risultato era un drammatico smarrimento, che spesso spingeva al suicidio. Per tutto questo, Ludwig Ludwig Wittgenstein ci ricorda che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo6. 4 Victor Klemperer, LTI – Notizbuch eines filologen, I ed. Aufbau Verlag, 1947 [I ed. it. LTI, la lingua del Terzo Reich: taccuino di un filologo, ed. La Giuntina, 1999] 5 Robert I. Levy, Tahitians: mind and experience in the Society Islands, I ed. University of Chicago Press, 1973 6 Ludwig Wittgenstein, Logisch-Philosophische Abhandlung, I ed. bilingue Kegan Paul, Trench, Trubner & co., 1922 [I ed. it. Tractatus logico-philosophicus, ed. Fratelli Bocca, 1954] E =O

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