Ossigeno #6

142 i sensi e la città E adesso come faccio? Che scrivo? Cosa posso dire che non sia già stato narrato, mostrato, studiato, spiegato, filmato, fotografato, cantato? Provo a partire da una domanda: esiste città più sensuale e sinestetica di Napoli? Non saprei. E in ogni caso questo non mi risolve il problema. Allora potrei buttarmi sulla letteratura, una bella sfilza di nomi per riempire tutto lo spazio a mia disposizione. Ficco il naso tra gli scaffali, vado a memoria: Elena Ferrante Anna Maria Ortese Benedetto Croce Raffaele La Capria Paolo Sorrentino Roberto Saviano Maurizio De Giovanni Valeria Parrella Antonella Cilento Benedetta Cibrario Antonella Ossorio Ermanno Rea Domenico Rea Francesco Durante Diego De Silva Francesco Piccolo Giuseppe Marotta Matilde Serao Eduardo Erri De Luca Wanda Marasco Giuseppe Montesano Silvio Perrella Luciano De Crescenzo Fabrizia Ramondino Domenico Starnone Attilio Veraldi Nicola Pugliese Roberto De Simone l'arcinapoletano Pietro Treccagnoli. Prendo fiato, e ancora: Dumas padre, Stendhal, Roger Peyrefitte, Boccaccio, Curzio Malaparte, Marguerite Yourcenar, Sàndor Màrai, Norman Lewis, Goethe [che, per inciso, 'sta frase del Paradiso abitato da diavoli non l'ha mai detta]. Gli amatissimi Gian Battista Basile ed Enzo Striano, l'introvabile Amante del vulcano di Susan Sontag. Per tacere di guide, controguide, libri di curiosità, cataloghi di mostre e musei. Insomma, la mia libreria se ne cade di Napoli, autori napoletani e campani in generale. Sarà la sindrome dell'emigrante? Probabilmente sì. Perché io a Napoli non ci vivo più. Ho vissuto i miei primi quarant'anni sotto il Vesuvio, zona rossa. Poi mi sono trasferita altrove. E i primi tempi è stata dura, durissima. Tragica. Cosa mi mancasse così tanto non saprei dire. Forse il cielo che ritaglia piazza San Domenico; gli acquazzoni improvvisi a via Toledo; il passo lento accanto al mare; oppure quella colonna del Chiostro dei Girolamini; le Cinquecento di Perino & Vele sotto la Stazione Salvator Rosa; la luce dorata della Cappella del Tesoro. Nonostante tutto, quella per me è patria. Nonostante la Circumvesuviana che non passa, la metropolitana che arriva all'ora che vuole, i pullman che non ne parliamo. Nonostante la sporcizia, il degrado, l'anarchia, la iattanza. Nonostante la borsa a tracolla e la svestizione di catenina, bracciali e anelli d'oro appena il treno entra a Piazza Garibaldi. Precauzioni apprese da ragazza, che adotto anche in altre città. Grandi città. E quando sono altrove, soprattutto all'estero, se vedo un quadro di Luca Giordano mi gonfio d'orgoglio: Paese che vai, Giordano che trovi. �uando i miei colleghi e amici settentrionali vengono [vanno] giù, mi raccontano innanzitutto cosa e quanto hanno mangiato. Subito dopo si lamentano del gran casino che c'era [scusate, siamo un’area metropolitana di tre milioni di persone…]. Io passo distrattamente al contrattacco: Cosa avete visitato? Siete stati in Duomo? E a Capodimonte? Ah sì, il Cristo Velato… E adesso come faccio? Che scrivo? A un certo punto devo rassegnarmi: impossibile schivare le trappole della retorica, dell'oleografia, del folklore. Sole, cielo, mare, pizza, sfogliatella e caffè, Totò, Eduardo, Sophia Loren con le sigarette di contrabbando, Pino Daniele, tarantelle e neomelodici, Maradona è megl’ ‘e Pelé. Del resto Napoli, ancor prima che una città, è un tale sentimento codificato su scala mondiale che da lei ci si aspetta anche questo, no? Ragione e sentimento [Maria Nazionale 1 - Jane Austen 0]

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