152 i sensi e la città Suoni, ovunque. Dalle orecchie giù nella pancia, lungo i fianchi, e poi di nuovo su, in gola e tra le labbra. Automaticamente i piedi iniziano a percuotere il suolo, mentre mani e testa tengono il tempo. Ma come si fa a star fermi a Napoli? �ua pure i colori fanno rumore e melodia: ve lo dice Roxy In The Box con la sua Maria Callas di Montesanto; ve lo disse Caravaggio quattro secoli fa, realizzando il più stupefacente ed efficace manifesto della sinestesia cittadina, con quell'unica visione delle Sette Opere di Misericordia ambientata in un vicolo tumultuante di vita. Chiacchiere e risate fino a notte, decibel sparati dalle autoradio, virtuosismi melismatici dai balconi aperti, fuochi d'artificio, processioni. Tammurriate e tarantelle tengono vive danze ancestrali, e i richiami dei venditori riecheggiano sonorità mediterranee e orientali. �uella partenopea, poi, è una lingua duttile e naturalmente musicale, con la quale prima o poi tutti si cimentano, per sfizio o professione. �uante sono le canzoni napoletane? Tante quante le onde del Golfo, verrebbe da rispondere. Perché non ci sono solo quelle classiche, patrimonio immateriale così universalmente noto da assurgere a inno nazionale italiano [per dirne una: nel 1920, alle Olimpiadi di Anversa, per salutare un oro tricolore la banda intonò 'O sole mio invece della Marcia Reale]. O l'affollatissima scena pop, rock, neomelodica, rap, trap, dub, hip hop e compagnia bella. Il problema è che qui si digerisce tutto, e non esiste hit da cui non si possa ricavare una parodia o una cover in vernacolo. Insomma, aveva ragione il grande poeta e paroliere Libero Bovio quando scriveva «e so' Napulitano e, si nun canto, i' moro». Se dunque il mondo è teatro, Napoli è palcoscenico, per storia e vocazione. Da secoli. Capitale della musica nel Settecento, faro per cantanti, librettisti e compositori provenienti da tutta Europa. �ui, forte dell'esistenza di ben quattro Conservatori istituiti nel Cinquecento, nasceva una prolifica Scuola e brillavano gli astri di Pergolesi, Porpora, Vinci, Mercadante, Leo, Jommelli, Scarlatti, Piccinni, oltre a quelli dei castrati Caffariello e Farinelli. Nel 1737 inaugurava il San Carlo, il più antico teatro d'opera al mondo ancora attivo. Nel 1770 arrivava un giovanissimo Mozart, che si sarebbe ricordato del suo breve soggiorno in città vent'anni più tardi, quando in Così fan tutte avrebbe dipinto con le sette note la più bella gouache su Napoli mai realizzata. E il brand partenopeo risultava vincente anche nell'export: sullo scorcio del Secolo dei Lumi, Paisiello e Cimarosa emigrarono alla corte di Caterina II a San Pietroburgo. Nell'Ottocento fu la volta di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi. Insomma, se non suonavi a Napoli, se non componevi per Napoli, non eri nessuno. Poniamo il caso, invece, che uno voglia starsene tranquillo. La cosa migliore è rifugiarsi in un chiostro: Girolamini, San Gregorio Armeno e Santa Chiara metteranno subito un filtro tra voi e il caos lì fuori. C'è ancora un posto dove far riposare l'udito, ed è la Stazione Zoologica Anton Dohrn in Villa Comunale, anch’essa la più antica d'Europa tra quelle ancora esistenti. L'equazione acquario-silenzio è banale, ma nello specifico non è del tutto esatta: a queste latitudini, infatti, sono riusciti a far cantare pure i pesci. Non ci credete? Ascoltate la canzone del guarracino e ne riparliamo. ‘a récchia
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