Ossigeno #6

34 al nocciolo Cominciamo dal suo albero: preesistente all’uomo ed escluso dal Paradiso Terrestre preesistente all’uomo ed escluso dal Paradiso Terrestre. È quindi facile immaginarlo mentre aspettava Adamo lì, fuori dai confini dell’Eden. In attesa della cacciata. In questa zona del creato dove il peccato è consegnato all’espiazione. Come se sapesse. Come se volesse dargli un indizio per ritrovare, se non l’Eden, almeno se stesso ritrovare, se non l’Eden, almeno se stesso. E per ritrovarlo, infine, questo Paradiso Perduto, invece che fuori, dentro di sé. E in considerazione del lavoro necessario a entrare prima, e a trovare qualcosa dentro poi, la noce non poteva avere significato più calzante: protetto dagli sguardi dei profani. E quindi sacro, se i profani sono gli altri. Come è sacro tutto ciò che avviene in una qualunque forma di interiorità e al riparo da occhi indiscreti. Sacro perché custodito custodito, quindi. Non perché nascosto, né perché chiuso. Ma perché osservato costantemente. Da chi, del processo in corso, è il responsabile. Con un’attenzione che, proiettata all’infinito, si incontra e fonde con la devozione. Così andrebbe custodito il sé. A lui bisognerebbe essere devoti, in lui bisognerebbe credere sempre. In suo nome andrebbe sacrificato, se necessario, tutto il resto. Con un’attenzione costante e con una noce in tasca. Perché è anche amuleto contro il malocchio amuleto contro il malocchio, la noce. E gli sguardi possono essere malevoli, oltre che indiscreti. Sacro dunque così definibile: qualcosa che è all’interno di qualcos’altro che lo custodisce, perché possa continuare a essere tale. Un qualcos’altro che è anche chiuso - ma perché deve dischiudersi. Che è anche nascosto - ma perché deve svelare. E sono indeiscenti indeiscenti, infatti, le noci: non si aprono spontaneamente alla maturità. Bisogna cercarselo, quel seme lì. Dopo aver rotto tutto quello che sta intorno e fuori. O dopo che tutto, da sé, si è finalmente rotto, lasciandoci senza altro che non sia ciò che è dentro. Come per trovare se stessi bisogna cercare all’interno cercare all’interno. E continuare a custodire, dopo averlo trovato, il nocciolo di sé. Osservarlo costantemente, tenerlo come faro nel buio quando è necessario rompere rompere il guscio di tutte le zone di comfort che abitiamo che abitiamo fuori e dentro la nostra mente. Ché, quando c’è il nocciolo, c’è tutto. Corpo, mente e spirito Corpo, mente e spirito: il ternario sacro che la noce da sempre rappresenta. E se con ‘noce’ intendiamo per sineddoche il gheriglio gheriglio, e se nel gheriglio riconosciamo per sfacciata somiglianza il cervello, allora è facile arrivare a dire questo: quando c’è il pensiero c’è tutto quando c’è il pensiero c’è tutto. C’è un corpo sano e c’è lo spirito in cui è avvolto. E tutte le tre cose comunicano tra loro. Perché c’è una via tra la mente e lo spirito, e quella via è in quel punto del corpo che si chiama cervello. Da mantenere sano, perché sano sia anche il pensare. E la noce a questo serve, rotta e mangiata. A tenere sano tenere sano il cervello, emisfero destro ed emisfero sinistro. Per unire le loro funzioni in un’azione di pensiero capace di superare il cervello stesso [corpo] e connettersi allo spirito. In uno slancio di fede dove creatività e logica si sostengono, invece di smentirsi, fino a dissotterrare e incontrare un sé in cui poter credere, di cui potersi fidare.

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