35 to the core Non poteva un albero che dà questi frutti rientrare in una cerchia di eletti, di prescelti da altri, di fedeli a verità altrui. Perché la sua forza era nella verità unica di ogni suo frutto, di ogni coppia di emisferi, di ogni mente e dei percorsi inediti che compie per arrivare al nocciolo della propria esistenza. Traendone verità dal sapore comunque universale. Dolciastro, ma con una vena amarognola. «Escluso io? State lontani voi, piuttosto». Si domanda e si risponde così uno Juglans regia che si rispetti, con un ghigno dal sapore amarognolo. L’amaro del suo seme, che viene dal dolore necessario a rompere e superare la frattura. Per nutrirsi e sanarsi, fino a salvarsi. Anche nello spirito. Vive bene da solo, infatti, e la cosa è chiara a tutte le piante che finiscano in qualche modo nei suoi paraggi. Intossicate dalla juglandina delle radici, non sopravvivono al veleno. Non riescono a trasformarlo in nutrimento, necessiterebbero di uno sguardo introspettivo per riuscirci. Ma non ce l’hanno, e allora semplicemente, di fronte all’amaro, soccombono. Gli uomini, anche se dotati di capacità introspettiva, lo coprirebbero di zucchero, di vane gioie mondane, e sopravviverebbero così in un finto Eden dove ogni convivenza di cose e persone è tollerabile perché dolcificata da un’illusione qualsiasi. Di non-solitudine, in primis. E invece la solitudine è necessaria la solitudine è necessaria. Da difendere con le unghie e con le radici cariche di juglandina, se necessario. Perché il frutto di trasformare il veleno del dolore è la capacità di connettersi a sé, alla propria verità. E quindi allo spirito, senza bisogno di trascendere. Senza piante intorno, il noce produce fiori maschili e femminili e dà come frutto la noce, il cui seme unisce opposti: emisfero destro e sinistro, creatività e razionalità, maschile e femminile. Unione degli Unione degli opposti che è celebrata come compimento del processo alchemico, rappresentata trasversalmente alle più antiche culture - dalla Sumerica alla Olmec - con un fiore che è l’unione di due fiori: il fiore maschile e femminile del noce. Rappresentando l’uno la conoscenza del mondo esteriore e l’altro la conoscenza della propria dimensione interiore, il fiore rappresenta il compimento della Grande il fiore rappresenta il compimento della Grande Opera, della trasformazione per antonomasia. �uella alchemica che trasforma il piombo in oro, la sofferenza in conoscenza, l’ego in sé superiore, l’ombra in luce. E permette di riconoscere nel fuori il dentro, nell’alto il basso. E viceversa. E se dunque la noce, il suo albero e anche l’unione dei suoi due fiori parlano di connessione col sé superiore a partire da quello inferiore - il corpo fisico - come dovremmo rileggere tutta la mitologia e la sua portata simbolica alla luce della possibilità, recentemente formulata come ipotesi, che quello che abbiamo sempre saputo essere il simbolo di Bacco simbolo di Bacco, l’uva, era invece il fiore maschile del noce? A guardarlo nelle varie rappresentazioni, anche il Tirso del Dio potrebbe benissimo essere sormontato, invece che da una pigna, dal fiore maschile del noce. Sotto al quale, puntualmente, sboccia anche il fiore femminile dell’albero. Se così fosse, ciò che era stato creduto si trasformerebbe nel suo opposto: se prima Dioniso era dio dell’ebbrezza, diventerebbe ora il dio dell’essere sempre presenti a se stessi. Se da sempre era stato il dio della perdizione, ora diventerebbe il dio del ritrovamento. Il dio dell’assenza di mancanza, perché portatore della sola cosa che conti avere: l’essere.
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