Ossigeno #6

68 nome d’arte La prima di una lunga serie di stranezze non aveva tardato a presentarsi fin dal momento del check-in, mentre rifletteva su quanto privilegiati fossero, come punti di osservazione sociologica, luoghi di aggregazione involontaria come gli hotel. Non è un caso, pensava, che capolavori della cinematografia contemporanea - le si presentarono ordinati a un check-in mentale fotogrammi cult da Shining di Kubrick, Youth di Sorrentino, Lost in Translation della Coppola, Grand Hotel Budapest di Wes Anderson, Anomalisa di Charlie Kaufman, Kinetta e The Lobster di quel greco di cui ancora non doppiano i primi film in italiano e tocca sperare che li passino a Fuori Orario su Rai 3, come si chiama? ah sì, Yorgos Lanthimos - fossero ambientati in quei corridoi infiniti, tra tappezzerie e moquettes capaci di prenderti educatamente a schiaffi con il loro senso dell’altrove, in camere talmente asettiche e anestetiche da sembrare ospedali. Del resto cosa sono gli ospedali se non hotel specializzati, tipo quei ristoranti che cucinano solo risotto. L’aggregazione involontaria è la stessa, sebbene gli ospiti, lì, abbiano come minimo comune denominatore una qualche malattia, dichiarata o presunta, con cui presentarsi al posto del documento. Ma chi non è malato oggi, pensò, guardandosi intorno. Tutti distinti, anche belli, tutti dalle fattezze così post-europee; ma tutti così lobotomizzati che quelle tre donne alla reception che stanno prenotando una seduta di fanghi d’alga, con le loro mise di eccelsa fattura e il portamento autoritario/aristocratico, sembrano arrivare direttamente da una corte ottocentesca inglese. O da un club fetish dove tirano su mance come mistress. Oddio, gli occhi azzerati sono gli stessi, solo più ricche nell’estetica, non nella pratica logora. Toh, una di loro tiene in braccio un coniglio. La prima di una lunga serie di stranezze, dicevamo. «Non-ci-serve-il-suo-nome. Ecco-la-chiave-della-sua-camera. Buona-permanenza», le augurò la receptionist senza neanche preoccuparsi di crederci, voce piatta come il tracciato cardiaco di un morto, consegnandole una di quelle chiavi ottonate con portachiavi/macigno numerato che non vedeva dai favolosi ‘80. Esistono ancora hotel in cui l’isolamento privato e quello pubblico sono separati da una chiave, e non da un badge microchippato, pensò. In effetti, a partire dal banco del check-in - senza schermi 4K ultraHD che archiviassero identità passeggere - la bulimia tecnologica e tecnocratica dei nostri tempi criptati non sembrava aver contaminato quel luogo. Meglio, quel non-luogo: un’utopia, le vennero in aiuto gli studi umanistici [ού + τόπος, pronuncia ‘utópos’ = ‘non-luogo’], circoscriveva quella hall come regno dell’anonimato - di posti, di tempi, di storie che nessuno si sarebbe preso la briga di decodificare. Spazi depurati dei luoghi. Non ci serve il suo nome, le aveva detto la receptionist, condannando anche lei all’anonimato - o, forse, graziandola. Un nome è una perdita di tempo, quando non c’è bisogno di andare oltre una più che sufficiente superficie. Se solo si sapessero leggere in profondità le superfici… Si chiama ‘omofonia’, ricordò grazie al suddetto bagaglio umanistico che si portava dietro assieme a quello a mano. È quando parole o frasi hanno lo stesso suono, ma diverso senso. L’aveva sentita in uno degli ultimi film del regista greco: Nel bus ci sono venti cuori e venti culi; però, se ascolti bene, Nel bus ci sono vincitori e vinti. Se solo si sapessero leggere in profondità le superfici, comporre il mosaico di una playlist su Spotify abbinandola a unghie mangiate, like su Facebook e il modo che si ha di arrotolare gli spaghetti, ci si renderebbe conto che quella chiamata genericamente ‘anima’, anch’essa senza nome proprio, probabilmente non è altro che la proiezione a intervalli regolari di un tono di voce, un profumo, una maniera di salutare, lo scrittore preferito. Come in Alpeis, quando la prima domanda ai parenti del defunto per riportare in scena la vita del morto riguardava chi ne fosse l’attore preferito. Come in Kynodontas, quando la protagonista, senza nome al pari dei suoi due fratelli, decide di battezzarsi ‘Bruce’ dopo aver visto di nascosto Lo Squalo. Non è un nome depositato all’anagrafe a fare un’identità; sono le ossessioni che ti sedimentano dentro. È dura liberarsi dalle ossessioni. Sono ossessionanti. Ti ossessionano. È impossibile liberarsi dalle ossessioni. Guardò il numero impresso sul portachiavi della sua camera: 101. Stanza Uno-Zero-Uno, si ricordò delgrand hotel lanthimos «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie» Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici, I ed. 1922 «That’s why I’m easy, I’m easy like sunday morning» Commodores feat. Lionel Richie, Easy, 1977 «Dans le bus il y a vingt cœurs et vingt culs» [ = Dans le bus il y a vainqueurs et vaincus] Il sacrificio del cervo sacro, regia di Yorgos Lanthimos, 2017

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