Ossigeno #6

69 stage name la sala di tortura impiegata dal famigerato Ministero dell’Amore in 1984, George Orwell, per radere al suolo ogni sentimento attraverso l’ultima forma di lavaggio del cervello: la messa in atto delle proprie fobie. Che poi era lo stesso numero di camera anche del protagonista di quel film su amore cieco e governamentalità che è The Lobster. È incredibile quanto la letteratura, storie su cellulosa, e il cinema, storie su celluloide, sappiano mettere a fuoco correlazioni talmente lampanti da accecarci: è intorno a quell’ossessione chiamata ‘amore’ che si imbastiscono alcuni tra i peggiori totalitarismi contemporanei, intorno alla libertà dello scegliere se amare o meno, se sentire o meno, se vedere. Intorno all’amore. Alla sua impossibilità. Alla cecità che esso - come il suo gemello opposto, l’odio - può produrre. Le venne in mente il Tiresia di Sofocle, di Apollinaire, di Ezra Pound, di Primo Levi: uomo, e poi donna, e poi ancora uomo. Indovino. Cieco. Cellulosa e celluloide hanno spesso suggerito, a un’umanità nel migliore dei casi astigmatica rispetto alla propria scelta di libertà, che gli unici capaci di amare - ben oltre la narrazione di sdolcinatezze languide, di luoghi comuni, di esibizioni ginnico-muscolari - siano i ciechi, divincolati da simbiosi cartesiane e simmetrie prestabilite di compatibilità di forma, perché gli occhi sono il primo volàno di una superficie che non è profondità. Distolse lo sguardo dalla chiave, si guardò intorno: due zoppi varcavano l’ingresso tenendosi per mano. Due epistassici al bar versavano ketchup sulle loro patatine. Dio li fa e il difetto li accoppia, quando sei affetto dalla capacità di vedere, lasciando indebolire quella di sentire e quella, squisitamente anarchica, di scegliere, perché la prima forma di governo è data dalla gestione, telecomandata dall’alto, degli sguardi. E invece guarda che meraviglia quella signora nel parcheggio, perfettamente truccata e acconciata, palesemente cieca, totalmente sola. Guarda che splendore quel bimbo ai divanetti, coi capelli troppo lunghi e gli occhi sanguinanti. Eppure c’era stato un periodo in cui anche lei aveva ballato libera sull’abisso, senza volere essere nulla di ciò che vedeva. Poi le luci le si erano schiantate negli occhi e l’avevano incarcerata, paralizzata, come una falena fatalmente attratta dai neon viola. «Ah no, l’amore no. L’amore non è pop» Ultimo tango a Parigi, regia di Bernardo Bertolucci, 1972 «Are we human or are we dancers?» The Killers, Human, 2008 « - Perché non lavoriamo su qualcosa di più pop? - Non sei pronta per qualcosa di più pop» Alpeis, regia di Yorgos Lanthimos, 2011

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