70 Una filodiffusione poco coerente con se stessa, ma molto con l’ambiente all’interno del quale diffondeva musica, alternava schizofrenica György Ligeti a Prince [Prince non è morto?, si domandava la protagonista di Alpeis quando il cantante era ancora in vita, e a rivedere quella scena oggi è straniante pensare a come l’ignoranza possa trasformarsi, nel tempo, in gloria], uno Stabat Mater a Frank Sinatra, bpm electro per danze solitarie a languidi balli di coppia da balera della bassa, rispecchiandosi nel disturbo da personalità multipla della biblioteca dell’area lettura: Il Perturbante di Freud condivideva lo spazio sulla mensola con la September Issue di Vogue, Kafka prendeva sotto braccio Buzzati, gli Albi di Topolino disquisivano di giustizia umana e animale con il cofanetto del teatro greco antico, Uomo lupo di Robert Eisler giustificava etologicamente le violenze del Marchese De Sade, la Logica del Senso di Deleuze veniva a patti con la Cantatrice Calva di Ionesco, Fahrenheit 451 diventava il terzo atto testamentario della Bibbia. Ma soprattutto, a riempire i coffee-tables delle aree comuni, rotocalchi di gossip per lo più fermi agli anni ’80, tra il tormentato matrimonio di Madonna con Sean Penn e la squisitezza dei tailleurini della Thatcher, effondevano un’aura pop all’ambiente tanto più efficace quanto più penetrava un’estetica mediterranea démodé, tra il perbenista e l’alieno, come una pelliccia di astrakan della zia o una spuma consumata in un bar con le tende a perline all’ingresso. Perché il pop è stato glorioso per quell’arco di tempo che è andato da Warhol a Bad di Michael Jackson; dopodiché l’hanno stravolto, da popolare a populista, e lì è successo un casino. Pochissimi, oggi, sono pronti per il pop. In quella hall di hotel, però, i toni congenitamente fluo del pop venivano neutralizzati da una luce nitida, fredda e sofisticata, amplificata da specchi convessi in cui la panoramica grandangolare deformava abbracciando, e da ampie vetrate che restituivano riflessi impalpabili e monchi della vita plurima che attraversava quei sofisticati interni. Una vita che sul vetro era concava, incompleta e muta, come le inquadrature asciutte e spietate del Dogma ‘95 fondato da Lars von Trier, o quelle di Kinetta di Lanthimos. L’architetto di questo hotel meriterebbe l’Oscar per la miglior fotografia, pensò, cercando il suo riflesso in una delle vetrate, rendendosi conto che la sua faccia si era presa fin troppo carico del tempo, invece di lasciarselo alle spalle, come per quella domanda ambivalente ricorrente in Nimic di Lanthimos: Do you have the time?. �uelle occhiaie nere di notti a divorare film per un lavoro che era la sua passione la facevano somigliare a un tasso, ma non le importava in quale animale la vita potesse averla trasformata. Era così per tutti. Andava decisamente peggio a quei milioni di persone che, come rane, erano state messe in una pentola che sarebbe diventata bollente di lì a poco. Le sue occhiaie, al confronto, non erano certo una tragedia greca. Distolse lo sguardo dal suo riflesso, allargò il campo visivo, sorrise: All animals welcome, caldeggiava la vetrofania. Dunque anche lei, in quanto tasso. In effetti era sorprendente la varietà di animali che gironzolava quieta nella hall, in giardino, nelle vasche, gatti e fenicotteri, maiali, pavoni e aragoste, contraltari innocenti della ferocia gratuita di una umanità presuntuosa e in bilico, raramente più alta della santità ma troppo spesso più bassa della bestialità, pensava, accarezzando un lupo che si trovava a passare. nome d’arte
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